La fatica di restare. Confini, conflitti e la difficile arte di non smarrirsi nelle relazioni

Ci sono discussioni che finiscono molto prima di essere davvero concluse.

Una parola pronunciata male. Un messaggio rimasto senza risposta. Una frase che ci sembra ingiusta, forse perfino offensiva. Torniamo a casa con la sensazione di non essere stati compresi. Ripensiamo a ciò che avremmo voluto dire, alle risposte che non abbiamo trovato, a quel particolare modo dell’altro di guardarci mentre parlavamo.

Qualcosa si è incrinato.

A volte il giorno dopo riusciamo a parlarne. Altre volte ci allontaniamo per qualche giorno, lasciando che la delusione trovi un posto meno ingombrante dentro di noi. Ma può accadere anche qualcosa di diverso: quella frattura comincia rapidamente a diventare una conclusione. Forse quella persona non ci comprende davvero. Forse non ci rispetta. Forse non è una relazione che ci fa bene.

E allora compare un pensiero che possiede una sua forza rassicurante: forse dovrei semplicemente allontanarmi.

Non c’è nulla di necessariamente sbagliato in questo pensiero. Esistono relazioni dalle quali è importante prendere distanza, talvolta definitivamente. Ma mi sembra interessante soffermarmi su quel momento ancora incerto nel quale una difficoltà relazionale comincia a trasformarsi nella possibilità di una separazione.

Che cosa ci sta accadendo? Stiamo riconoscendo un limite che non avevamo saputo vedere oppure stiamo cercando di sottrarci alla fatica di incontrare qualcuno che non corrisponde più all’immagine che avevamo di lui?

Non sempre sappiamo distinguerlo.

E forse è proprio questa incertezza a meritare la nostra attenzione.

Il linguaggio della protezione

Negli ultimi anni alcune parole della psicologia sono entrate stabilmente nelle nostre conversazioni quotidiane. Parliamo di confini, relazioni tossiche, manipolazione, narcisismo, trauma, dipendenza affettiva. Parole che fino a qualche tempo fa appartenevano soprattutto al linguaggio clinico sono diventate strumenti attraverso i quali proviamo a comprendere ciò che accade nelle nostre relazioni.

È un cambiamento che contiene qualcosa di importante.

Molte persone hanno trovato finalmente un linguaggio per riconoscere esperienze che prima non riuscivano a nominare. Comportamenti svalutanti, dinamiche di controllo, violazioni ripetute dei propri limiti, forme di violenza psicologica che potevano rimanere invisibili perfino a chi le subiva. Dare un nome a un’esperienza può essere il primo passo per sottrarsi a qualcosa che ci danneggia.

Ma ogni linguaggio, quando si diffonde, rischia anche di perdere parte della propria precisione.

Una persona che ci delude può diventare una persona tossica. Qualcuno che non comprende un nostro bisogno può essere definito incapace di empatia. Un comportamento egoistico può essere letto come la manifestazione di una struttura narcisistica. Un conflitto può diventare la prova che una relazione è incompatibile con il nostro benessere.

Non sempre, naturalmente. E sarebbe ingiusto liquidare queste parole come semplici mode.

Il problema nasce quando un concetto psicologico, invece di aiutarci a esplorare un’esperienza, finisce per chiuderla troppo rapidamente dentro una spiegazione.

Una diagnosi, per esempio, non coincide con un giudizio morale. E il fatto che una persona si comporti in modo doloroso o ingiusto non autorizza automaticamente a trasformare quel comportamento in una diagnosi.

Le parole possono aiutarci a vedere. Ma qualche volta possono anche impedirci di continuare a guardare.

Il dibattito contemporaneo sul cosiddetto no contact, l’interruzione dei rapporti con un familiare, rende particolarmente evidente questa tensione.

Nell’agosto 2025 un’indagine YouGov condotta su 4.395 adulti statunitensi ha rilevato che il 38% dichiarava di essere attualmente senza rapporti con almeno un familiare stretto. Il dato ha alimentato una discussione pubblica molto intensa, spesso divisa tra chi interpreta queste separazioni come un segno di emancipazione personale e chi vi riconosce un indebolimento dei legami familiari.

Ma quel numero, da solo, non ci dice se oggi le persone interrompano i rapporti più facilmente rispetto al passato. Né ci permette di comprendere le ragioni di ogni allontanamento.

Un approfondimento pubblicato nel settembre 2026 su Psychology Today, richiamando anche gli studi del sociologo Rin Reczek, mette in guardia proprio dalla rappresentazione dell’estraniamento familiare come un’epidemia. Molte separazioni sono temporanee, altre rappresentano risposte a esperienze di abuso, violazioni dei confini o conflitti profondi. La ricerca di Reczek invita inoltre a considerare l’allontanamento non soltanto come una perdita, ma talvolta come una riorganizzazione delle forme della parentela e dell’appartenenza.

È una precisazione necessaria.

Non possiamo dedurre da questi dati che esista una generazione incapace di tollerare le difficoltà relazionali. Possiamo però osservare come sia cambiato il modo in cui raccontiamo, interpretiamo e affrontiamo le fratture dei nostri legami.

E chiederci se, accanto alla maggiore capacità di riconoscere ciò che ci ferisce, non stia emergendo anche una difficoltà diversa: quella di distinguere ciò che ci danneggia da ciò che semplicemente ci mette in discussione.

Non ogni ferita è un confine violato

C’è una differenza importante tra una relazione che ci fa soffrire e una relazione nella quale non siamo al sicuro.

Le due condizioni possono naturalmente sovrapporsi. Ma non coincidono.

Esistono rapporti attraversati da violenza, intimidazione, coercizione, controllo, umiliazioni ripetute. Situazioni nelle quali il confronto non produce alcuna possibilità di riconoscimento e nelle quali la richiesta di restare, dialogare o perdonare può diventare un’ulteriore forma di pressione o ritraumatizzazione.

In questi casi prendere distanza può essere una necessità, non una rinuncia. E la possibilità di interrompere un rapporto, anche familiare, rappresenta talvolta una conquista faticosamente raggiunta.

Non ogni legame merita di essere conservato. Non ogni conflitto può essere riparato. Non tutte le persone sono disponibili ad assumersi la responsabilità del dolore che provocano.

Sarebbe pericoloso dimenticarlo.

Ma esistono anche relazioni nelle quali l’altro ci ferisce senza volerci annientare, ci delude senza disprezzarci, non comprende qualcosa di importante per noi senza per questo negare la nostra esistenza.

Relazioni nelle quali due persone possono avere bisogni differenti, sensibilità incompatibili in alcuni momenti, modi diversi di affrontare la paura, la vicinanza, la libertà.

È qui che il confine tra protezione e difesa diventa più sottile.

Perché non tutto ciò che ci mette a disagio rappresenta una minaccia. Non tutto ciò che ci frustra costituisce una violazione. E non ogni sofferenza relazionale dimostra che la relazione sia sbagliata.

Qualche volta soffriamo proprio perché l’altro non è come vorremmo. E questa è una delle esperienze più difficili dell’intimità.

L’altro non è la persona che avevamo immaginato

Donald Winnicott ha dedicato una parte importante del suo lavoro alla possibilità di riconoscere l’altro come una realtà separata dai nostri desideri e dalle nostre fantasie.

Nello sviluppo infantile, la scoperta che l’oggetto amato possiede un’esistenza indipendente non avviene senza frustrazione. Il bambino deve progressivamente incontrare una realtà che non coincide sempre con ciò che desidera, una presenza che non può essere interamente controllata.

Nel suo celebre lavoro sull’uso dell’oggetto, Winnicott descrive il passaggio dall’oggetto vissuto prevalentemente attraverso la propria esperienza soggettiva all’oggetto riconosciuto come appartenente a una realtà esterna. È un passaggio complesso, che non si conclude semplicemente con l’infanzia.

Anche da adulti continuiamo a costruire immagini delle persone che amiamo. Ci innamoriamo di ciò che incontriamo, ma anche di ciò che immaginiamo. Attribuiamo all’altro intenzioni, qualità, possibilità. In qualche misura abbiamo bisogno di queste rappresentazioni per avvicinarci. Poi, inevitabilmente, l’altro se ne discosta.

Non risponde come avevamo previsto. Non desidera ciò che desideriamo. Non comprende immediatamente qualcosa che per noi è evidente. Ha una storia che non conosciamo interamente e parti di sé che non possiamo raggiungere. È un’esperienza che può ferire. Ma può anche rappresentare il momento nel quale una relazione comincia a diventare più reale.

L’altro non è soltanto colui che ci riconosce. È anche colui che, qualche volta, resiste alla nostra rappresentazione di lui. Naturalmente non ogni resistenza è sana. Non c’è nulla di trasformativo nell’essere sistematicamente svalutati o ignorati.

Ma una relazione nella quale non incontrassimo mai una differenza, un limite, una delusione, rischierebbe di assomigliare più a un prolungamento di noi stessi che a un incontro. Forse una parte della maturità affettiva consiste proprio nel poter dire: questa persona non coincide con ciò che desideravo, e tuttavia posso continuare a incontrarla.

Non sempre. Non a qualunque prezzo. Ma qualche volta sì.

La possibilità di riparare

Nella stanza di psicoterapia accade qualcosa che può aiutarci a comprendere meglio questa esperienza.

Anche la relazione terapeutica conosce momenti di frattura. Un paziente può sentirsi frainteso. Può percepire una domanda come intrusiva, un silenzio come distante, un intervento come giudicante. Può arrabbiarsi con il terapeuta, ritirarsi, diventare più compiacente oppure mettere in discussione il senso del lavoro.

Per molto tempo si è pensato soprattutto a come evitare queste difficoltà.

Oggi sappiamo che una parte importante del lavoro terapeutico può svolgersi proprio attraverso il riconoscimento e la riparazione delle rotture dell’alleanza.

Una meta-analisi pubblicata nel 2018 da Catherine Eubanks, Christopher Muran e Jeremy Safran, basata su undici studi e 1.314 pazienti, ha rilevato un’associazione positiva di entità moderata tra la risoluzione delle rotture dell’alleanza e gli esiti della psicoterapia.

Questo non significa che il conflitto faccia bene di per sé. Né che una rottura sia sempre necessaria per crescere.

Significa qualcosa di più circoscritto, ma importante: in un contesto sufficientemente sicuro, la possibilità di riconoscere e affrontare una frattura può contribuire al processo terapeutico.

Un paziente può scoprire che la propria delusione non distrugge necessariamente la relazione. Che è possibile esprimere rabbia senza essere abbandonati. Che il terapeuta può riconoscere un errore senza perdere la propria funzione. Che due persone possono avere vissuto diversamente lo stesso momento e provare comunque a comprenderlo insieme.

Per qualcuno può essere un’esperienza profondamente nuova. Non perché il terapeuta sia perfetto. Ma proprio perché non lo è.

Naturalmente non possiamo trasferire automaticamente ciò che sappiamo dell’alleanza terapeutica alle relazioni familiari o sentimentali. La psicoterapia è un contesto particolare, fondato su responsabilità e asimmetrie specifiche.

Eppure offre un’immagine interessante.

Una relazione non diventa necessariamente affidabile perché non conosce fratture. Può diventarlo anche attraverso l’esperienza che alcune fratture sono riconoscibili, nominabili e riparabili. La riparazione, però, non può essere il lavoro di una persona sola. Richiede che qualcosa possa muoversi anche nell’altro.

Quando mancano gli altri legami

C’è poi una dimensione sociale che rischiamo di trascurare quando interpretiamo le difficoltà relazionali soltanto attraverso la storia individuale. Le nostre relazioni non esistono nel vuoto. Sono immerse in reti più ampie di amicizie, conoscenze, vicinato, appartenenze, luoghi condivisi.

O almeno, lo sono state in misura diversa nel corso della storia.

Nel settembre 2026 l’Institute for Public Policy Research ha pubblicato un rapporto sulla condizione dei giovani in Inghilterra. Tra i risultati emerge un dato significativo: la percentuale di ragazzi tra i 16 e i 21 anni che dichiarano di non avere amici stretti è passata da circa uno su cento nel 2014 a uno su venti. Il rapporto descrive un indebolimento delle connessioni sociali che si intreccia con difficoltà economiche, trasformazioni degli spazi di aggregazione e ostacoli sempre maggiori nell’accesso alla vita adulta.

È un dato che riguarda una popolazione e un contesto specifici. Non possiamo trasformarlo in una descrizione universale delle relazioni contemporanee. Ma solleva una domanda interessante. Che cosa accade quando diminuiscono le relazioni nelle quali possiamo distribuire i nostri bisogni di riconoscimento, vicinanza e appartenenza?

Il sociologo Mark Granovetter aveva mostrato già negli anni Settanta l’importanza dei cosiddetti legami deboli: conoscenze e rapporti meno intimi che possono collegarci a mondi differenti, offrirci informazioni, possibilità e prospettive che non incontreremmo restando soltanto nelle relazioni più strette. Ray Oldenburg, qualche anno dopo, avrebbe descritto il valore dei third places, quei luoghi informali di incontro che non coincidono né con la casa né con il lavoro: bar, biblioteche, piazze, circoli, spazi nei quali la socialità può esistere senza dover necessariamente rispondere a uno scopo preciso.

Non erano luoghi perfetti. E le comunità del passato potevano essere oppressive, escludenti, incapaci di rispettare le differenze individuali. Ma possedevano una funzione importante. Permettevano alle persone di appartenere a più mondi contemporaneamente.

Un amico con cui parlare di lavoro. Un altro con cui condividere una passione. Un vicino con cui scambiare poche parole. Un gruppo nel quale sentirsi riconosciuti per qualcosa che non aveva nulla a che fare con la propria relazione sentimentale.

Quando questi legami si assottigliano, è possibile che alcune relazioni intime debbano sostenere un peso maggiore. La coppia può diventare il luogo nel quale cerchiamo contemporaneamente amore, amicizia, sicurezza, riconoscimento, avventura, comprensione e conferma della nostra identità. Non è necessariamente ciò che accade a tutti. Ma è una possibilità che merita attenzione.

Perché più una relazione diventa il centro esclusivo del nostro mondo affettivo, più ogni sua oscillazione può essere vissuta come una minaccia all’intero equilibrio personale.

Una delusione non riguarda più soltanto quella persona.

Può sembrare che metta in discussione tutto.

E, paradossalmente, proprio quando abbiamo investito moltissimo in un legame, può diventare più difficile tollerarne l’imperfezione.

Restare non significa sopportare

A questo punto è necessario tornare alla distinzione dalla quale siamo partiti.

Non vorrei che queste riflessioni fossero lette come un invito a conservare ogni rapporto.

Ci sono persone che hanno impiegato anni per trovare il coraggio di allontanarsi da relazioni distruttive. Persone che hanno imparato a chiamare amore ciò che era controllo, fedeltà ciò che era paura, pazienza ciò che era rinuncia sistematica a sé stesse.

Per loro, interrompere un legame può rappresentare l’inizio di una possibilità di vita.

E anche al di fuori delle situazioni di abuso, non ogni rapporto deve essere mantenuto. Due persone possono riconoscere con lucidità che le loro strade non sono più compatibili, senza che questo costituisca una fuga dal conflitto.

Restare non è una virtù in sé. Come non lo è andarsene.

Forse il punto è riuscire a distinguere ciò che stiamo proteggendo.

Ci stiamo allontanando perché una relazione compromette la nostra dignità, la nostra sicurezza, la possibilità di essere noi stessi? Oppure perché incontrare il limite dell’altro ci costringe a rinunciare a una parte dell’immagine che avevamo costruito?

E ancora: esiste uno spazio nel quale quella difficoltà possa essere nominata? L’altro è disponibile ad ascoltare? Possiamo riconoscere qualcosa della nostra responsabilità senza cancellare quella altrui?

Non sono domande alle quali si possa rispondere con una regola. E non sempre dobbiamo porcele da soli. Qualche volta abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a vedere ciò che, da dentro una relazione, non riusciamo più a distinguere.

Ma credo che siano domande più fertili della semplice opposizione tra il dovere di restare e il diritto di andarsene. Perché entrambe le possibilità possono rappresentare, in circostanze differenti, un gesto di cura verso sé stessi.

La parte di noi che incontra l’altro

Forse una delle esperienze più difficili della vita adulta consiste nell’accettare che le persone importanti non ci offriranno sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ci saranno momenti nei quali ci sentiremo poco compresi. Altri nei quali saremo noi a non comprendere. A volte avremo ragione di essere arrabbiati. Altre volte scopriremo di avere chiesto all’altro qualcosa che non poteva darci.

Le relazioni cambiano. Cambiano le persone che le abitano. E non sempre riusciamo a cambiare insieme.

Qualche volta una distanza diventa necessaria. Altre volte è proprio attraversando una distanza che possiamo ritrovare una forma diversa di vicinanza. Non c’è una soluzione valida per tutti. Ma mi sembra che una parte importante della nostra vita relazionale si giochi in quello spazio incerto che precede le conclusioni.

Il momento nel quale siamo feriti, ma non abbiamo ancora deciso che cosa significhi quella ferita. Il momento nel quale l’altro ci appare estraneo, ma non sappiamo ancora se questa estraneità sia la fine di qualcosa o l’inizio di una conoscenza più reale.

Forse non dobbiamo imparare a restare a ogni costo.

Dobbiamo piuttosto conservare la possibilità di non confondere immediatamente la difficoltà con il pericolo, la delusione con il disamore, la differenza con l’impossibilità di incontrarsi.

Una relazione non ci chiede necessariamente di rinunciare a noi stessi. Qualche volta ci chiede di rinunciare all’idea che l’altro debba assomigliarci per poterci essere vicino.

E forse è proprio lì, quando non siamo più completamente d’accordo, quando qualcosa della nostra immagine si incrina e tuttavia rimane uno spazio nel quale possiamo ancora guardarci, che comincia una forma meno semplice, ma più reale, di intimità.

Non sempre possiamo restare. Ma sarebbe una perdita se, nel tentativo di non smarrirci più nelle relazioni, finissimo per smarrire anche la possibilità di attraversarle.

Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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