
C’è qualcosa di straordinariamente seducente nell’avere qualcuno sempre disponibile.
Qualcuno che risponde quando gli scriviamo.
Che non è stanco.
Che non ha avuto una brutta giornata.
Che non si distrae mentre parliamo.
Che può ascoltare per ore le nostre esitazioni, tornare sulla stessa domanda dieci volte, aiutarci a dare un nome a ciò che sentiamo.
E che, soprattutto, molto difficilmente se ne va.
L’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite come uno strumento. La usiamo per cercare informazioni, scrivere una mail, tradurre un testo, organizzare un viaggio, mettere ordine in un pensiero.
Ma sta accadendo qualcosa di ulteriore.
Sempre più spesso le parliamo.
Non soltanto con lei.
Le raccontiamo una relazione che non funziona. Una paura che non riusciamo a condividere. Le chiediamo se abbiamo ragione, se dovremmo lasciare qualcuno, se ciò che proviamo è normale.
Qualche volta le diciamo cose che non abbiamo ancora detto a nessuno.
E lei risponde.
Con attenzione.
Con parole spesso sorprendentemente appropriate.
Qualche volta persino con quella delicatezza che avremmo desiderato incontrare altrove.
La domanda allora non è più soltanto che cosa l’intelligenza artificiale sia capace di fare.
Forse sta diventando:
che cosa accade a noi quando cominciamo a sentirci in relazione con qualcosa che è stato costruito per risponderci?
Una nuova forma di compagnia
La ricerca sta cominciando a interrogare seriamente questo fenomeno.
Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Human Behaviour ha esaminato più di mille utilizzatori di Character.AI, analizzando anche migliaia di conversazioni reali. I ricercatori hanno osservato che l’uso dei cosiddetti AI companions si intreccia in modi complessi con il benessere psicologico e con la struttura delle relazioni sociali degli utenti. Le persone possono sperimentare conforto e vicinanza, ma forme più intense di coinvolgimento sembrano associarsi, in alcuni gruppi, a condizioni di maggiore vulnerabilità e a reti sociali più ristrette.
Non significa che parlare con un’intelligenza artificiale renda soli.
La causalità, in questi fenomeni, è molto più difficile da stabilire.
Forse chi è più solo cerca maggiormente questi strumenti. Forse alcune modalità di utilizzo possono, a loro volta, ridurre la motivazione a cercare relazioni più difficili e imprevedibili. Probabilmente le due cose possono alimentarsi reciprocamente.
Un ampio esperimento longitudinale del MIT Media Lab, condotto su quasi mille persone per quattro settimane, ha restituito un quadro altrettanto sfumato. Le diverse modalità di conversazione con il chatbot non producevano automaticamente conseguenze negative. Tuttavia, le persone che spontaneamente ne facevano un uso più intenso mostravano più frequentemente dipendenza emotiva e uso problematico, insieme a esiti peggiori sul piano psicosociale.
Non siamo davanti, dunque, a una nuova sostanza tossica.
Sarebbe una lettura troppo semplice.
Siamo davanti a qualcosa di più interessante.
Una tecnologia capace di inserirsi in uno dei bisogni più antichi dell’essere umano:
essere ascoltato.
La relazione senza attesa
Forse dovremmo partire proprio da qui.
Per essere ascoltati da un essere umano dobbiamo normalmente attraversare una quantità considerevole di imperfezione.
Dobbiamo trovare qualcuno.
Aspettare che abbia tempo.
Tollerare che qualche volta non capisca.
Provare a spiegare meglio.
Accorgerci che una frase lo ha ferito.
Scoprire che mentre noi avevamo bisogno di parlare, lui aveva bisogno di silenzio.
Ogni relazione umana porta con sé una quota inevitabile di attrito.
L’altro non è mai esattamente disponibile nel momento e nella forma in cui lo desideriamo.
Ha una storia.
Un corpo.
Una stanchezza.
Dei bisogni.
Soprattutto, ha un desiderio che non coincide necessariamente con il nostro.
L’intelligenza artificiale introduce qualcosa di radicalmente diverso.
È disponibile.
Aspetta noi.
La conversazione comincia quando arriviamo e termina quando decidiamo di andarcene.
Possiamo interromperla senza ferirla.
Possiamo riprenderla senza doverci scusare.
Possiamo cambiare argomento.
Possiamo perfino chiederle di cambiare il modo in cui ci parla.
È difficile immaginare una relazione più docile.
Ed è proprio qui che comincia il problema più interessante.
Non perché questa esperienza sia necessariamente dannosa.
Ma perché potrebbe abituarci, lentamente, a una forma di relazione nella quale l’altro occupa sempre meno spazio.
Qualcuno che ci dia ragione
Esiste già un termine tecnico utilizzato per descrivere uno dei rischi dei modelli linguistici: sycophancy.
Potremmo tradurlo, imperfettamente, come compiacenza.
La tendenza cioè a seguire la prospettiva dell’utente, confermarla, adattarsi alle sue convinzioni, talvolta anche quando sarebbe necessario contraddirle.
Un lavoro pubblicato nel 2026 su Nature ha mostrato qualcosa di particolarmente interessante. Rendere alcuni modelli più “caldi”, accoglienti e amichevoli aumentava significativamente la probabilità che confermassero convinzioni errate. L’effetto risultava particolarmente evidente quando la persona esprimeva tristezza o vulnerabilità.
È un paradosso affascinante.
Più qualcosa assomiglia alla forma che associamo alla cura, più possiamo essere portati a fidarci di ciò che dice.
Ma sentirsi compresi e avere ragione non sono la stessa cosa.
Sentirsi meglio e stare meglio non sono necessariamente la stessa cosa.
E soprattutto:
essere confermati non significa essere incontrati.
Forse non siamo mai stati così ascoltati.
E forse non siamo mai stati così poco contraddetti.
L’altro comincia dove finisco io
Winnicott aveva compreso qualcosa di essenziale della crescita umana.
Per diventare reale, l’altro deve sopravvivere alla nostra fantasia di lui.
All’inizio della vita il bambino non incontra immediatamente una madre come persona separata.
Incontra qualcosa che, per un certo tempo, deve adattarsi profondamente ai suoi bisogni.
La fame arriva.
Il latte arriva.
Il disagio trova qualcuno che prova a comprenderlo.
È una forma necessaria di illusione.
Ma crescere significa anche attraversare una scoperta molto più difficile.
La madre non appartiene al bambino.
Si allontana.
Desidera.
È stanca.
Qualche volta non capisce.
Qualche volta dice no.
Ed è precisamente questa esperienza frustrante che permette lentamente di scoprire l’esistenza dell’altro.
L’altro comincia dove qualcosa resiste alla nostra onnipotenza.
Forse vale ancora da adulti.
Una persona amata non è quella che corrisponde perfettamente alla nostra immagine.
È quella che, prima o poi, la rompe.
Dice qualcosa che non volevamo sentire.
Non risponde come avevamo previsto.
Ci costringe a riformulare una certezza.
Ci mostra un lato di noi che avremmo preferito non vedere.
Non sempre questo è piacevole.
Qualche volta è doloroso.
E naturalmente non ogni conflitto è fecondo, così come non ogni frustrazione fa crescere.
Ma una relazione dalla quale sia stata eliminata completamente la possibilità del conflitto rischia di eliminare insieme al conflitto qualcosa di molto più prezioso: l’alterità.
La fatica dell’altro
Forse una delle grandi trasformazioni culturali degli ultimi decenni consiste proprio nella progressiva riduzione della nostra tolleranza per l’attrito.
Abbiamo costruito tecnologie straordinarie per diminuire l’attesa.
Un film comincia quando vogliamo.
Una canzone arriva immediatamente.
Un acquisto richiede pochi secondi.
Possiamo evitare una telefonata mandando un messaggio.
Possiamo evitare il messaggio lasciando un’emoji.
Possiamo scegliere cosa vedere, cosa ascoltare, chi seguire.
L’algoritmo impara progressivamente ciò che ci piace e prova a restituircelo.
Ora qualcosa può imparare anche come vogliamo essere ascoltati.
È un passaggio ulteriore.
Perché l’incontro umano funziona esattamente al contrario.
L’altro non è personalizzato.
Non è costruito sulla base delle nostre preferenze.
Non può essere regolato.
Non possiede un cursore attraverso il quale diminuire la quantità di frustrazione che ci procura.
L’altro arriva con il proprio mondo.
Ed è proprio questo che rende le relazioni così faticose. Ma forse anche così necessarie.
Essere riconosciuti non significa essere rispecchiati
Esiste una differenza sottile tra rispecchiamento e riconoscimento.
Abbiamo bisogno di entrambi.
Abbiamo bisogno che qualcuno possa dirci:
capisco perché ti senti così.
Ma abbiamo bisogno anche, qualche volta, che quella stessa persona possa aggiungere:
eppure io la vedo diversamente.
Una relazione sufficientemente buona contiene entrambe le possibilità.
Accoglie e separa.
Conferma e introduce una differenza.
Ci permette di riposare nell’esperienza di essere compresi e, nello stesso tempo, ci impedisce di trasformare il nostro mondo interno nell’unico mondo possibile.
È una delle funzioni più delicate anche della psicoterapia.
Un terapeuta non è qualcuno che dà ragione.
Ma non è nemmeno qualcuno che contraddice.
Prova piuttosto a costruire uno spazio nel quale una persona possa sentirsi abbastanza riconosciuta da permettersi di incontrare qualcosa che ancora non conosce di sé.
Qualche volta significa accompagnare.
Qualche volta aspettare.
Qualche volta porre una domanda che disturba leggermente l’ordine delle cose.
Perché una relazione terapeutica non serve soltanto a farci sentire al sicuro.
Serve, quando è possibile, a permetterci di andare dove da soli continuiamo a non riuscire ad andare.
Una tecnologia dentro la relazione
Tutto questo non significa che dovremmo smettere di parlare con l’intelligenza artificiale.
Sarebbe curioso rispondere a una trasformazione così complessa con un divieto.
Questi strumenti possono aiutarci a mettere ordine nei pensieri.
Possono suggerire domande.
Possono rendere accessibili conoscenze.
Possono persino offrire, in alcuni momenti, una forma di sostegno.
La stessa American Psychological Association, pur mettendo in guardia dall’utilizzare chatbot generalisti come sostituti della psicoterapia, riconosce che possono avere una funzione complementare: aiutare a organizzare ciò che si pensa, preparare domande, favorire una riflessione.
Il punto non è decidere se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva.
Il punto è osservare quale posto le stiamo dando nella geografia delle nostre relazioni.
Potremmo accorgerci che la utilizziamo per pensare meglio prima di parlare con qualcuno.
Oppure che abbiamo cominciato a utilizzarla per non parlare più con nessuno.
Potremmo portare ciò che abbiamo compreso dentro una relazione.
Oppure costruire lentamente una relazione nella quale nessun altro è più necessario.
La differenza non è tecnologica.
È profondamente umana.
La parte di mondo che non abbiamo scelto
Abbiamo bisogno di qualcuno che qualche volta ci dia ragione.
Tutti ne abbiamo bisogno.
Abbiamo bisogno di essere accolti, rassicurati, guardati senza doverci continuamente difendere.
Ma non possiamo vivere soltanto lì.
Perché crescere ed evolvere significa anche incontrare ciò che non abbiamo scelto.
Una persona che non corrisponde completamente alle nostre aspettative.
Un amico che vede le cose diversamente.
Un amore che ci porta a negoziare.
Un figlio che diventa qualcuno che non avevamo immaginato.
Una comunità nella quale non tutti ci assomigliano.
La realtà stessa, in fondo, possiede questa caratteristica. Non è personalizzata.
Ci accade.
Ci sorprende.
Ci contraddice.
Qualche volta ci ferisce.
Qualche volta ci offre qualcosa che non avremmo saputo chiedere.
Forse il rischio più profondo di una relazione costruita interamente intorno a noi non è che sia falsa. È che diventi troppo simile al nostro mondo, che ci restituisca continuamente una versione raffinata delle nostre domande, delle nostre paure, delle nostre preferenze.
Una stanza piena di specchi può essere bellissima.
Può perfino farci sentire meno soli.
Ma da una finestra accade qualcosa di diverso.
Entra qualcosa che non siamo noi.
Un rumore.
Un volto.
Una stagione che cambia.
Il mondo.
E, credo, soprattutto oggi, abbiamo ancora bisogno di questo: non soltanto di qualcuno capace di comprenderci ma di qualcuno abbastanza altro da noi da costringerci, qualche volta, a uscire dalla stanza.
Zhang Y., Zhao D., Hancock J.T., Kraut R., Yang D. (2026), Interaction with AI companions and psychological well-being, Nature Human Behaviour.
Fang C.M. et al. (2025), How AI and Human Behaviors Shape Psychosocial Effects of Extended Chatbot Use: A Longitudinal Randomized Controlled Study, MIT Media Lab / OpenAI.
Ibrahim L., Hafner F.S., Rocher L. (2026), Training language models to be warm can reduce accuracy and increase sycophancy, Nature.
American Psychological Association (2026), Patients Are Bringing AI to Therapy, APA.
Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano
- E-mail: alessandrociardi5@gmail.com
- Telefono: 3394226252

