“AIUTO, FATEMI SCENDERE!”. SOFFRIRE D’ANSIA

Diciamo subito che l’ansia, in sé, non rappresenta una patologia. Anzi, rappresenta – entro i termini che spiegheremo tra poco – una reazione fisiologica e psicologica ‘sana’ a determinate circostanze, tale da attivare risorse presenti nella persona allo scopo di risolvere un problema, superare un ostacolo, fare fronte a una situazione.

Sappiamo, tuttavia, che questo stato di attivazione che rende pronto l’organismo ad affrontare certi problemi è ben tollerato se la fonte che genera preoccupazione e stress è circoscritta nel tempo e non rappresenta un livello di intensità e/o gravità tale da ottenere l’effetto contrario. Ognuno di noi, cioè, è capace di fare fronte a situazioni stressanti e di tornare a un normale stato di attivazione. Se, però, siamo esposti a stimoli stressogeni intensi – con un ovvio grado di variabilità individuale -, per un tempo prolungato, potremmo cominciare a sviluppare alcuni sintomi tipici degli stati ansiosi, di tipo cognitivo, comportamentale, emotivo.

Vale la pena chiarire che non prenderemo qui in considerazione forme di stress acuto a di tipo traumatico, cioè esperienze estreme in cui la persona è costretta a ‘usare’ difese psicologiche massicce con conseguenze severe sul funzionamento globale.

Nel presente articolo, quindi, ci riferiamo ad eventi di vita che sollecitano in noi stati di ansia non riferibili, per intensità, gravità, pervasività, a stress traumatici.

Tornando all’argomento di questo articolo, il sito del Policlinico Gemelli di Roma afferma [come riportato sul sito State of mind] che “le indagini sulla popolazione generale hanno documentato come oltre un soggetto su cinque possa andare incontro ad un qualche disturbo d’ansia nell’arco della vita”.

Inoltre, secondo l’ESEMeD(European Study on the Epidemiology of Mental Disorders), primo studio epidemiologico sulla prevalenza dei disturbi mentali effettuato in un campione rappresentativo della popolazione adulta generale italiana e di altri 5 paesi europei (Belgio, Francia, Germania, Olanda,Spagna), risulta che le donne hanno una probabilità tripla di sviluppare un disturbo d’ansia rispetto agli uomini e che, sono più a rischio i giovani e non sposati, i disoccupati, le casalinghe e chi vive in città.

Aggiungiamo, infine, che viviamo in società altamente tecnologizzate, complesse e che richiedono raffinate capacità di elaborazione e selezione degli stimoli – talvolta, troppi – cui siamo esposti, in uno scenario sociale ad alta richiesta di performance.

Insomma: nel contesto appena descritto, può senz’altro accadere di non sentirsi all’altezza, pervasi dal dubbio sul valore delle proprie scelte, fermi a un bivio cui siamo arrivati senza capire bene perché.

In questi casi occorre senz’altro fermarsi, invece che assecondare l’impulso di una iperattivazione che ci porta, paradossalmente, ad ‘annaspare’ sempre di più. Ma fermarsi può non essere facile né immediato.

Ecco che allora, agire responsabilmente – come capacità di rispondere a sé, ai propri bisogni – diventa fondamentale: avere cura di sé significa ascoltarsi. Sentirsi bene significa, anzitutto, ascoltarsi bene, mettersi attentamente in ascolto di sé. Anche per poter trovare la forza di chiedere aiuto.

Il che ci porta a un principio piuttosto in controtendenza rispetto allo scenario attuale.

Cioè, si può stare bene e sentirsi male, perché non ci si sa ascoltare. In questi casi, le nostre sicurezze rischiano di vacillare non appena ‘urtano’ contro certi fatti della vita.

E, diversamente, si può stare male e, nonostante ciò, provare a sentirsi bene.

Perché l’ascolto autentico di sé – come l’ascolto dell’altro – è la chiave per costruire e mantenere una salute autentica, individuale e sociale.