Custodire il possibile. Speranza e tempo della fiducia

A chi ha riaperto l’orizzonte

Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare la legna ma insegna loro la nostalgia del mare infinito”. Antoine de Saint-Exupéry

Ci sono gesti che continuano a commuovermi.

Uno di questi è seminare.

Chi ha avuto almeno una volta tra le mani un seme conosce una verità che il nostro tempo sembra aver dimenticato. Nessuno può convincere un seme a germogliare. Possiamo scegliere il terreno, prepararlo con cura, togliere le pietre, annaffiarlo, proteggerlo dal gelo. Possiamo creare le condizioni perché la vita trovi casa.

Poi dobbiamo fermarci.

Aspettare.

È una parola che ci mette a disagio.

Aspettare significa riconoscere che esiste una parte della vita che non risponde alla nostra volontà.

Per questo il seme è una delle immagini più radicali che conosca.

Ci ricorda che la vita cresce, ma non perché la spingiamo.

Cresce perché, a un certo punto, qualcosa che non dipende più da noi comincia silenziosamente il proprio lavoro.

Viviamo invece in un tempo che ci ha insegnato un’altra grammatica.

Se desideriamo qualcosa, dobbiamo ottenerla.

Se soffriamo, dobbiamo uscirne.

Se siamo feriti, dobbiamo guarire in fretta.

Abbiamo imparato a misurare il valore di una vita dalla sua capacità di produrre risultati.

Abbiamo quasi dimenticato il linguaggio dei processi.

Eppure tutto ciò che è vivo segue un’altra legge.

Una gravidanza.

Una stagione.

Una foresta.

Un lutto.

L’amore.

Perfino il nostro corpo.

Nessuna di queste realtà può essere accelerata senza pagarne il prezzo.

Forse è per questo che alcune delle esperienze più importanti della nostra esistenza ci fanno sentire così impotenti.

Perché ci restituiscono al tempo della terra.

Un tempo che non si lascia comandare.


Ci hanno insegnato a sperare.

Molto meno a restare quando la speranza vacilla.

È una differenza enorme.

Perché ci sono giorni in cui la speranza non scompare all’improvviso.

Si assottiglia.

Come la luce di un pomeriggio d’inverno.

Continuiamo a vivere.

Ci alziamo.

Lavoriamo.

Prepariamo la cena.

Rispondiamo ai messaggi.

Da fuori, quasi nulla sembra cambiato.

Dentro, invece, il futuro ha perso profondità.

Non è più un paesaggio.

È diventato un corridoio.

Ogni porta sembra condurre nello stesso luogo.

È questa, forse, la forma più silenziosa della disperazione.

Non il buio.

La ripetizione.


Pensiamo spesso che disperarsi significhi credere che tutto andrà male.

Non credo sia solo questo.

La disperazione è una strana forma di certezza.

Dice:

“So già come finirà.”

È qui che diventa così potente.

Chiude il possibile.

Sottrae alla realtà il diritto di sorprenderci.

Quante volte, dopo essere stati feriti, ci siamo detti:

“Succede sempre così.”

“Le cose non cambiano.”

“Non è destino.”

Sembrano pensieri lucidi.

Forse sono soprattutto pensieri stanchi.

La mente prova a proteggerci.

Se conosciamo già il finale, non dovremo più esporci all’incertezza.

Ma ogni volta che trasformiamo il futuro in una sentenza, smettiamo anche di incontrarlo.


Mi domando allora se il contrario della disperazione sia davvero la speranza.

Per molto tempo ho pensato di sì. Spesso, ritorno a pensarlo, come una tentazione cui non so resistere.

Ma oggi non ne sono più così sicuro e provo a proteggere un altro significato.

La speranza, in fondo, continua a guardare il raccolto.

Desidera un esito.

Attende che qualcosa accada.

È una forza preziosa.

Ma è anche fragile.

Perché vive in una relazione continua con ciò che ancora non possiede.

Basta che la realtà si ostini a non corrispondere ai nostri desideri e la speranza comincia a incrinarsi.

Forse esiste un luogo ancora più profondo – deve esserci!

Un luogo che non nasce dalla certezza del risultato, ma dall’intimità con il processo.

Forse quel luogo ha un altro nome.

Forse si chiama fiducia.

Non quella fiducia ingenua che pretende garanzie.

Quella più discreta, che abbiamo dimenticato osservando troppo poco la terra.

La fiducia del contadino che continua a prendersi cura del campo anche quando il terreno sembra immobile.

La fiducia di chi comprende che il fatto di non vedere non significa che nulla stia accadendo.

Perché la parte più importante della germinazione avviene sottoterra.

Nel buio.

Lontano dagli occhi.

Ed è forse una delle immagini più fedeli della nostra vita interiore.

Anche noi attraversiamo stagioni in cui tutto sembra immobile.

In cui crediamo di non crescere più.

Di non cambiare.

Di non guarire.

Eppure, proprio allora, potrebbero essere in corso i movimenti più profondi.

Quelli che non fanno rumore.

Quelli che nessuno applaude.

Quelli che, come i semi, preparano in silenzio una forma di vita che ancora non riusciamo a immaginare.

Imparare dalla vita

Forse la fiducia non è qualcosa che dobbiamo costruire.

Forse è qualcosa che dobbiamo ricordare.

Mi capita, qualche volta, di osservare i bambini quando imparano a camminare.

C’è un momento preciso in cui lasciano andare il sostegno.

Il corpo oscilla.

Le gambe sono ancora incerte.

Cadono.

Si rialzano.

Cadono ancora.

Eppure continuano.

Ma la cosa che più mi colpisce è un’altra.

Non guardano continuamente i propri piedi.

Guardano avanti.

Verso qualcuno.

O verso qualcosa che li chiama.

È come se il desiderio fosse più forte della paura.

All’inizio della vita impariamo a camminare non perché siamo sicuri di non cadere.

Impariamo a camminare perché esiste qualcosa che desideriamo raggiungere più di quanto temiamo la caduta.

Per molto tempo ho pensato che fosse questo il segreto.

Oggi credo che ci sia qualcosa di ancora più profondo.

Quel bambino non sta facendo un ragionamento.

Non si dice:

“Ce la farò.”

“Sono capace.”

“Devo avere fiducia.”

Il suo corpo sa già qualcosa che la mente adulta finirà lentamente per dimenticare.

Che la vita si apprende vivendola.

Non controllandola.


Naturalmente non tutti abbiamo avuto qualcuno che ci aspettasse con le braccia aperte.

Non tutte le infanzie hanno conosciuto uno sguardo capace di dire:

“Puoi venire. Se cadi, resterò qui.”

Sarebbe ingenuo dimenticarlo.

Ci sono vite che hanno imparato molto presto la prudenza.

La diffidenza.

L’idea che il mondo fosse un luogo in cui difendersi prima ancora che un luogo da esplorare.

Le ferite esistono.

E continuano a vivere dentro di noi.

Ma c’è una domanda che, negli anni, ha cominciato ad accompagnarmi.

Se quel volto non c’è stato, è davvero impossibile imparare la fiducia?

Credo che la vita possieda una sorprendente capacità di offrirci, lungo il cammino, altri luoghi in cui tornare ad affidarci.

Per qualcuno sarà una persona.

Per qualcun altro una comunità.

Per altri ancora una montagna.

Un’opera d’arte.

Una fede.

Una poesia.

Una vocazione.

Non è tanto importante la forma.

È importante il movimento.

Sentire che esiste ancora qualcosa che continua a chiamarci.

Perché ciò che ci salva raramente è la certezza.

Più spesso è semplicemente una direzione.


Platone immaginava che conoscere significasse ricordare.

L’anima, diceva, non apprende davvero qualcosa di nuovo.

Riconosce.

Come se ciò che cercava fosse sempre stato lì.

Questa intuizione mi ha sempre affascinato.

Forse vale anche per il desiderio.

Ci sono incontri.

Luoghi.

Libri.

Persone.

Musiche.

Che non ci aggiungono qualcosa.

Ci restituiscono qualcosa.

Come se risvegliassero una parte di noi che era rimasta addormentata.

È una sensazione difficile da descrivere.

Non abbiamo l’impressione di diventare qualcun altro.

Abbiamo la sensazione di tornare a casa.

Di riconoscere una lingua che non ricordavamo più di sapere.

Forse anche la fiducia nasce così.

Non come uno sforzo.

Ma come un ricordo.

Il ricordo che la vita è più vasta della paura con cui la stiamo guardando.


Anche il corpo sembra conoscere questa sapienza.

Quando ci feriamo possiamo pulire una ferita.

Proteggerla.

Curarla.

Possiamo creare le condizioni migliori.

Ma nessuno di noi possiede il potere di ordinare alle cellule di cicatrizzare.

La guarigione non obbedisce alla nostra volontà.

Obbedisce alla vita.

Noi collaboriamo.

La vita opera.

È una distinzione che dimentichiamo facilmente.

Viviamo come se ogni cosa dipendesse esclusivamente dalla nostra capacità di intervenire.

Così finiamo per applicare la stessa logica anche all’anima.

Vorremmo decidere quando smettere di soffrire.

Quando lasciare andare.

Quando tornare a sperare.

Quando guarire.

Ma alcune trasformazioni seguono il tempo del corpo.

Un tempo paziente.

Quasi umile.

Il tempo in cui la vita continua a lavorare anche quando noi crediamo che tutto sia fermo.

Forse la fiducia è proprio questo.

Non la certezza che il dolore finirà domani.

Ma il rispetto per un processo che continua anche quando non riusciamo ancora a scorgerne i frutti.


Mi domando se non sia questo che intendiamo davvero quando diciamo che una persona “ha fiducia”.

Non qualcuno che vede il futuro.

Qualcuno che rinuncia a strappare il germoglio dalla terra per controllare se stia crescendo.

Qualcuno che comprende che esistono trasformazioni invisibili proprio perché sono ancora vive.

E allora, forse, la fiducia non consiste nel convincerci che tutto andrà bene.

Consiste nell’imparare, lentamente, il linguaggio dei processi viventi.

Il linguaggio delle stagioni.

Del corpo.

Della terra.

Di tutto ciò che cresce senza fare rumore.

Perché è lì che la vita continua ostinatamente il suo lavoro.

Anche quando noi abbiamo smesso di accorgercene.

Diventare un luogo ospitale

Forse è qui che la speranza, lentamente, cambia nome.

Diventa fiducia.

Non perché finalmente sappiamo come andrà.

Ma perché smettiamo di chiedere continuamente al futuro di rassicurarci.

È un passaggio quasi impercettibile . difficile, certo, inquieto.

Eppure cambia il modo in cui attraversiamo la vita.

Finché speriamo soltanto in un risultato, rischiamo di vivere sospesi.

Aspettiamo.

Misuriamo.

Interpretiamo ogni segnale.

Ogni giorno diventa una verifica.

Ogni ritardo una minaccia.

Ogni silenzio una risposta.

La nostra vita finisce per dipendere da qualcosa che non possiamo governare.

La fiducia, invece, ci riporta in un luogo diverso.

Ci riporta al gesto.

A ciò che oggi possiamo coltivare.

Al terreno che possiamo preparare.

Perché il contadino non vive soltanto del raccolto.

Vive anche della cura.

E forse è proprio la cura a trasformare lentamente chi la pratica.


C’è una parola che amo molto.

Coltivare.

La usiamo quasi sempre parlando della terra.

Eppure diciamo anche:

coltivare un’amicizia.

Coltivare una passione.

Coltivare il silenzio.

Come se avessimo intuito che le cose più importanti della vita non si costruiscono.

Si coltivano.

La differenza è decisiva.

Costruire significa imporre una forma.

Coltivare significa accompagnare una forma che sta già cercando di nascere.

È un atteggiamento completamente diverso.

Richiede meno forza.

E molta più disponibilità.


Noi non facciamo crescere quasi nulla.

Non facciamo crescere i figli.

Li accompagniamo.

Non facciamo nascere un amore.

Possiamo prendercene cura.

Non costruiamo la guarigione.

Creiamo le condizioni perché il corpo ritrovi, quando può, il proprio equilibrio.

Perfino gli alberi ci insegnano qualcosa di simile.

Non crescono tirando verso l’alto.

Affondano prima le radici.

Per molto tempo sembrano quasi immobili.

E proprio allora stanno preparando l’altezza che un giorno vedremo.

Viviamo invece come se tutto dovesse essere immediatamente visibile.

Abbiamo imparato a fidarci soltanto di ciò che produce risultati.

Ma la vita non ragiona così.

Le sue trasformazioni più profonde sono quasi sempre invisibili mentre accadono.


Forse anche il dolore segue questa legge.

Quando soffriamo vorremmo capire.

Vorremmo sapere quanto durerà.

Che cosa ci sta insegnando.

Quando finirà.

Ma il dolore non è un problema da risolvere.

È un paesaggio da attraversare.

E ogni paesaggio chiede un tempo diverso.

La montagna non ha il tempo del mare.

L’inverno non ha il tempo della primavera.

Perché pretendiamo che la nostra anima debba averlo?

Ci sono ferite che impiegano anni.

Non perché siamo incapaci.

Ma perché alcune parti di noi hanno bisogno di essere raggiunte lentamente.

Con una delicatezza che non sopporta la fretta.


Ripenso allora al seme.

È rimasto lì, sotto la terra, per tutto questo tempo.

In apparenza non è successo nulla.

Eppure era il luogo più vivo del campo.

Forse molte delle nostre trasformazioni assomigliano a questo.

Non fanno rumore.

Non chiedono di essere viste.

Accadono.

Silenziosamente.

Mentre noi continuiamo a vivere.

Mentre lavoriamo.

Mentre attraversiamo giornate che ci sembrano identiche.

Mentre pensiamo, qualche volta, di essere fermi.

La vita, intanto, continua.

Non sempre nella direzione che avevamo immaginato.

Ma quasi sempre nella direzione di cui avevamo bisogno.


Forse la fiducia è semplicemente questo.

Accettare di appartenere alla vita prima ancora che ai nostri progetti.

Ricordarci che non siamo soltanto gli autori della nostra storia.

Ne siamo anche i custodi.

E custodire è diverso dal controllare.

Custodire significa proteggere senza possedere.

Restare presenti senza pretendere.

Lasciare spazio senza abbandonare.

È il gesto delle mani che preparano la terra e poi si ritirano.

Non perché rinuncino.

Ma perché riconoscono che esiste una sapienza più antica della loro volontà.


Non so se la speranza torni davvero.

Forse, qualche volta, sì.

Altre volte torna qualcosa di più quieto.

Meno entusiasmante.

Ma anche più stabile.

Una fiducia che non dipende dal fatto che tutto vada come desideriamo.

Una fiducia che nasce dall’aver visto abbastanza stagioni da sapere che la vita non coincide mai completamente con ciò che riusciamo a vedere.

Che esistono inverni che preparano primavere.

Notti che non stanno negando l’alba, ma semplicemente precedendola.

Semi che sembrano scomparsi e stanno, invece, raccogliendo nel buio la forza per aprirsi.

Forse diventare adulti significa proprio questo – diverso, molto diverso da come l’ho immaginato da piccolo.

Smettere di chiedere alla vita garanzie.

E cominciare, lentamente, a offrirle ospitalità.

Perché non tutto ciò che è vivo è già visibile.

E non tutto ciò che oggi è invisibile è perduto.

La terra lo sa.

Il corpo lo sa.

Le stagioni lo sanno.

Forse anche noi, nei momenti più profondi della nostra esistenza, lo abbiamo sempre saputo.

Abbiamo soltanto bisogno, di tanto in tanto, di ricordarlo.

Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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