
Ci sono storie che attraversano i secoli perché continuano a raccontare qualcosa che non abbiamo ancora compreso fino in fondo.
L’Odissea è una di queste.
Forse perché, dietro i Ciclopi, le tempeste, gli dèi, le navi perdute e le isole sulle quali approdare, racconta un’esperienza molto più semplice e molto più vicina a noi: la difficoltà di attraversare la vita senza smarrire la strada verso se stessi.
Christopher Nolan sembra partire proprio da qui.
Il suo Ulisse conserva molto dell’uomo omerico. È polýtropos: multiforme, ingegnoso, capace di cambiare strategia, linguaggio, identità. È curioso. Guarda oltre. Non sembra accettare facilmente che una regola sia definitiva soltanto perché qualcuno l’ha dichiarata tale.
C’è in lui qualcosa di profondamente vitale.
Ulisse vuole vedere.
Vuole conoscere.
Vuole attraversare.
E forse è proprio questa disponibilità a lasciarsi raggiungere dal mondo a renderlo una figura così vicina alla sensibilità contemporanea.
Ma Nolan aggiunge qualcosa.
Il suo Ulisse non è soltanto l’uomo capace di oltrepassare le soglie.
È l’uomo che, a un certo punto, si accorge delle soglie che ha oltrepassato.
Ed è una differenza enorme.
L’uomo che oltrepassa
Esiste una forma di intelligenza che apre il mondo.
È quella che non accetta immediatamente ciò che trova.
Domanda.
Dubita.
Cerca un passaggio dove gli altri vedono un muro.
Ulisse appartiene radicalmente a questa forma dell’umano.
Il cavallo di Troia ne è forse l’immagine più potente.
Davanti a una guerra che sembra non poter essere vinta, Ulisse inventa una possibilità che prima non esisteva. Sposta il problema. Cambia le regole. Trasforma l’impotenza in ingegno.
È difficile non ammirarlo.
Eppure Nolan introduce dentro questa vittoria una crepa.
Il cavallo non è soltanto il trionfo dell’intelligenza.
È anche l’inizio di una domanda morale.
Per ottenere il risultato, quanto siamo disposti a infrangere?
E soprattutto: esistono confini che non dovrebbero essere superati nemmeno quando siamo capaci di farlo?
Nel film, la vittoria di Troia non libera Ulisse dalle conseguenze del proprio gesto. Al contrario, sembra inaugurarle. L’inganno porta con sé il sacrificio della città e diventa una delle immagini che continueranno a perseguitarlo.
È qui che il personaggio di Nolan diventa straordinariamente contemporaneo.
Abbiamo costruito una civiltà fondata sulla possibilità di superare continuamente il limite.
Possiamo andare più velocemente.
Produrre di più.
Modificare di più.
Conoscere di più.
Controllare parti sempre più vaste della realtà.
La domanda tecnica è diventata: possiamo farlo?
Ma la domanda etica rimane indietro:
che cosa accade al mondo quando lo facciamo?
Ulisse scopre a caro prezzo che l’intelligenza, quando non riconosce più alcun limite, può diventare distruttiva.
Possiamo vincere una guerra e perdere il mondo al quale avremmo voluto fare ritorno.
Possiamo raggiungere il risultato e, nello stesso gesto, distruggere qualcosa che rendeva quel risultato ancora umano.
Le leggi che tengono insieme il mondo
Le società antiche conoscevano bene questa fragilità.
Per questo alcune regole non erano semplicemente norme.
Erano confini simbolici.
L’ospitalità.
La cura dei morti.
Il rispetto degli dèi.
Il limite posto alla vendetta.
Non servivano soltanto a stabilire ciò che fosse giusto o sbagliato.
Servivano a tenere insieme il mondo.
Potremmo chiamarle, con un linguaggio contemporaneo, garanti metasociali e metapsichici: strutture condivise capaci di contenere ciò che il singolo essere umano, lasciato alla propria onnipotenza, rischierebbe di non riuscire più a contenere.
È una questione che mi sembra profondamente attuale.
Una comunità non esiste soltanto perché molte persone abitano nello stesso luogo.
Esiste quando qualcosa viene riconosciuto come indisponibile.
Quando non tutto può essere comprato.
Non tutto può essere usato.
Non tutto può essere sacrificato al risultato.
Quando questi limiti cadono, non diventiamo necessariamente più liberi.
Qualche volta diventiamo semplicemente più soli.
Ulisse deve attraversare questa scoperta.
L’uomo capace di aprire ogni porta deve imparare che non tutte le porte devono essere aperte.
E che alcune soglie, una volta attraversate, cambiano chi le ha attraversate.
Calipso, o la tentazione di dimenticare
Ma forse il passaggio che più mi ha colpito nell’Odissea di Nolan è un altro.
Calipso.
Il suo nome viene tradizionalmente ricondotto al verbo greco kalýptō: coprire, nascondere.
E Nolan prende sul serio questa immagine.
Nella sua rilettura Calipso non è soltanto la donna che trattiene Ulisse lontano da Itaca. Gli offre il loto, che attenua il dolore ma insieme consuma progressivamente la memoria e il senso della propria identità. Per riprendere il viaggio, Ulisse deve prima ricordare di voler tornare.
Mi sembra un’immagine potentissima della nostra contemporaneità.
Non siamo necessariamente perduti perché soffriamo.
Qualche volta siamo perduti perché abbiamo imparato troppo bene a non sentire.
Ci muoviamo.
Lavoriamo.
Compriamo.
Produciamo immagini di noi stessi.
Le scambiamo.
Le esponiamo.
Riempiamo ogni spazio vuoto con qualcosa che possa impedirci di incontrarlo.
Eppure sotto questa superficie continua qualche volta a muoversi una stanchezza difficile da nominare.
Non è semplicemente tristezza.
È una fatica del senso.
Una specie di nostalgia senza oggetto.
Come se una parte di noi sapesse che stiamo vivendo, ma non fosse più sicura di sapere per che cosa.
Calipso offre a Ulisse precisamente questa possibilità.
Non morire.
Non soffrire.
Ma nemmeno ricordare fino in fondo chi è.
È una tentazione molto più sottile della disperazione.
È l’anestesia.
Il corpo che ricorda
Eppure Ulisse continua a raccogliere i resti delle proprie navi.
Questa immagine mi è rimasta dentro.
Mentre una parte di lui sembra consegnarsi all’oblio, un’altra continua a cercare tra i relitti.
Come se il corpo sapesse qualcosa che la coscienza ha dimenticato.
Come se continuasse a dire:
sei venuto da qualche parte.
Stavi andando da qualche parte.
Questi frammenti ti appartengono.
È difficile, da psicoterapeuta, non pensare al sintomo.
Siamo abituati a considerarlo qualcosa da eliminare.
Un’interferenza.
Un malfunzionamento.
Qualcosa che impedisce alla vita di procedere normalmente.
E certamente esistono sofferenze che chiedono di essere alleviate.
Ma qualche volta il sintomo svolge anche una funzione più drammatica e più profonda.
Ricorda.
Insiste là dove noi abbiamo cercato di dimenticare.
Ci riporta ostinatamente verso qualcosa che non è stato pensato, attraversato, riconosciuto.
L’ansia.
Il corpo che si tende.
Una tristezza apparentemente inspiegabile.
La sensazione che la vita sia diventata troppo stretta.
Non sono necessariamente messaggi da decifrare come se esistesse un codice segreto.
Ma possono diventare domande.
Che cosa della mia vita sta chiedendo di essere nuovamente ascoltato?
Forse è questa una delle funzioni più preziose della psicoterapia.
Non riportare qualcuno alla normalità.
Aiutarlo, quando possibile, a ricordare ciò che per sopravvivere aveva dovuto dimenticare.
Ricordare significa tornare
Platone aveva costruito attorno al ricordo una delle intuizioni più belle della filosofia occidentale.
Conoscere, in qualche modo, significa ricordare.
Non necessariamente acquisire qualcosa che prima non possedevamo, ma riconoscere qualcosa che misteriosamente ci apparteneva già.
Forse alcune trasformazioni della vita funzionano così.
Non diventiamo qualcuno completamente diverso.
Ci ricordiamo.
Ricordiamo un desiderio.
Una possibilità.
Una parte di noi che avevamo lasciato indietro.
Una vocazione.
Non nel senso professionale della parola.
Vocazione come chiamata.
Qualcosa che rende una vita riconoscibile a chi la vive.
Ed è per questo che dimenticare può diventare tanto seducente.
Perché ricordare costa.
Ulisse, per ricordare Itaca, deve ricordare anche i morti.
Gli errori.
Gli uomini che non sono tornati.
Le proprie responsabilità.
Non esiste ritorno a sé senza questo attraversamento.
Nolan rende i morti particolarmente personali: nell’Ade Ulisse incontra anche le conseguenze umane dei propri inganni, come se il ritorno non potesse compiersi senza passare attraverso ciò che è stato sacrificato lungo la strada.
Ricordarsi di sé non significa allora recuperare un’identità pura.
Significa diventare abbastanza grandi da contenere anche ciò che avremmo preferito non essere stati.
Penelope: l’amore come memoria condivisa
E poi c’è Penelope.
Forse è qui che il film diventa più delicato.
Perché Itaca non è soltanto un luogo.
Ha un volto.
L’amore tra Penelope e Ulisse attraversa il tempo, la guerra, l’assenza, la possibilità della morte e la trasformazione di entrambi. Nolan mantiene al centro il legame tra i due e il ritorno verso una casa che nel frattempo è diventata anch’essa luogo di conflitto.
Sarebbe facile leggere questa fedeltà romanticamente.
Mi interessa molto di più leggerla umanamente.
Penelope e Ulisse non sono fedeli a un’immagine immobile l’uno dell’altra.
Non potrebbero esserlo.
Vent’anni cambiano un uomo.
Cambiano una donna.
Cambiano il modo in cui si ama.
La fedeltà più difficile non consiste nel pretendere che nulla cambi.
Consiste forse nel continuare a riconoscere qualcosa mentre tutto cambia.
È un lavoro.
L’amore adulto ha poco a che fare con l’idea che due persone, una volta incontratesi, possano semplicemente conservarsi.
Devono continuamente ritrovarsi.
Devono imparare la persona che l’altro è diventato.
Devono lasciare morire alcune immagini.
Devono attraversare delusioni.
Devono qualche volta perdonare.
E devono scegliere se ciò che hanno incontrato insieme possiede ancora abbastanza verità da meritare cura.
Forse è questo che rende Penelope molto più di qualcuno che aspetta.
Anche lei custodisce.
Non soltanto un uomo.
Custodisce una storia possibile.
Tornare non significa tornare indietro
Alla fine, l’Odissea continua a essere una storia di ritorno.
Ma nessuno torna davvero nel luogo da cui è partito.
Il ragazzo che lascia Itaca non esiste più.
La donna che lo ha salutato non esiste più.
Il figlio che ha lasciato bambino è diventato un uomo.
La casa è cambiata.
Il mondo è cambiato.
Ulisse soprattutto è cambiato.
C’è però un’immagine, nel ritorno di Ulisse raccontato da Nolan, che mi sembra raccogliere silenziosamente molto di ciò che è accaduto prima.
Ulisse torna verso Itaca su una zattera.
Non su una delle navi con cui era partito.
Non alla guida dei suoi uomini.
Non attraverso un ultimo stratagemma.
È solo, esposto, in balia dei flutti.
Per un uomo che ha attraversato il mondo affidandosi soprattutto alla propria capacità di prevedere, escogitare, ingannare, governare gli eventi, c’è qualcosa di radicale in questa immagine.
Ulisse, finalmente, non controlla.
Si abbandona.
Non credo che questa resa debba essere letta come una rinuncia alla volontà. Forse è qualcosa di più complesso: il riconoscimento del punto oltre il quale la volontà non può arrivare.
Ci sono momenti della vita in cui continuare a stringere il timone non ci rende più capaci di procedere. Ci impedisce soltanto di riconoscere che esistono forze più grandi di noi, processi che non possiamo governare interamente, attraversamenti nei quali la nostra parte consiste nel fare quanto possiamo e poi, in qualche modo, lasciarci portare.
È una forma di fiducia molto diversa dalla certezza.
Non sappiamo dove ci condurranno le acque.
Non sappiamo nemmeno se ci condurranno dove speriamo.
Ma smettiamo di pretendere che la vita ci consegni la propria direzione prima di accettare di attraversarla.
Forse Ulisse può tornare a Itaca soltanto quando smette, almeno per un momento, di essere l’uomo che deve trovare una soluzione a tutto.
L’uomo dell’ingegno deve conoscere il limite dell’ingegno.
L’uomo capace di sfidare le regole deve riconoscere qualcosa a cui affidarsi.
L’uomo che ha attraversato il mare cercando di piegarlo alla propria volontà deve infine accettare di esserne sostenuto.
E forse non è casuale che proprio allora il ritorno diventi possibile.
Non perché il mare lo abbia assolto.
Non perché gli errori siano cancellati.
I morti rimangono morti. Le navi perdute non ritornano. Ciò che è stato fatto continua ad appartenere alla sua storia.
Ma Ulisse non deve più vincere il viaggio.
Può lasciarsi attraversare da esso.
C’è qualcosa di profondamente umano in questa resa.
Passiamo una parte enorme della nostra esistenza tentando di costruire la nave abbastanza solida, di prevedere la tempesta, di scegliere la rotta corretta. Ed è necessario. Abbiamo bisogno della volontà, dell’intelligenza, della capacità di scegliere.
Ma forse diventare adulti significa anche riconoscere il punto in cui queste qualità devono fare spazio a qualcos’altro.
Non alla passività.
Alla fiducia.
A quella strana capacità di restare dentro la vita anche quando non possiamo più determinarne completamente il corso.
Ulisse aveva dovuto ricordare Itaca.
Ora deve permettere al mare di riportarcelo.
E forse, dopo aver attraversato il mondo cercando continuamente di superare se stesso, può finalmente cominciare il viaggio più difficile:
non quello verso casa,
ma quello verso di sé.
Per questo nostos, il ritorno, non può significare semplicemente recuperare ciò che avevamo.
Tornare significa incontrare nuovamente ciò che amiamo dopo essere diventati qualcun altro.
Tutti, prima o poi, perdiamo Itaca.
Non necessariamente una casa.
Qualche volta perdiamo il senso di ciò che stavamo facendo.
Una relazione.
Una direzione.
La fiducia.
Una parte di noi.
E allora comincia il viaggio.
Possiamo incontrare Ciclopi.
Possiamo fermarci da Calipso.
Possiamo diventare molto bravi a dimenticare.
Possiamo perfino convincerci che non esistesse nessuna Itaca.
Eppure qualcosa continua, qualche volta, a raccogliere relitti sulla spiaggia.
Una parte piccola.
Ostinata.
Non sempre comprensibile.
Continua a ricordare.
Non esiste una mappa per tornare.
Forse non torneremo nemmeno nel luogo che immaginavamo.
Ma l’Odissea sembra ricordarci qualcosa che, dopo quasi tremila anni, continuiamo ad avere bisogno di ascoltare.
Che vivere significa anche rischiare di perdersi.
Che conoscere significa attraversare soglie delle quali non possiamo prevedere le conseguenze.
Che alcune vittorie possono distruggere mondi e alcune sconfitte restituirci a noi stessi.
E che tornare non significa cancellare ciò che siamo diventati durante il viaggio.
Significa portarlo con noi.
I morti.
Gli errori.
L’amore.
Le nostre contraddizioni.
Le navi perdute.
I pezzi che siamo riusciti a raccogliere.
Itaca allora non è il luogo nel quale finalmente tutto torna al proprio posto ma, forse, il luogo in cui, dopo aver attraversato abbastanza mondo, siamo nuovamente capaci di riconoscere ciò che per noi conta.
E qualche volta, per poter tornare, dobbiamo prima ricordare che esiste.
Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano
- E-mail: alessandrociardi5@gmail.com
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