L’amore non conosciuto e la vita non vissuta delle nostre parti esiliate

Esistono parti di noi e della nostra vita che non hanno conosciuto amore.

Non parlo necessariamente di grandi traumi o di eventi drammatici. A volte si tratta di qualcosa di molto più silenzioso. Un bisogno non visto. Una paura lasciata sola. Un desiderio che non ha trovato spazio. Una sensibilità considerata eccessiva. Una tristezza che nessuno ha saputo nominare.

Sono parti di noi che hanno vissuto ai margini della gentilezza, del calore e della cura.

Francis Weller parla spesso delle porzioni esiliate della nostra anima: aspetti di noi che, per diverse ragioni, sono stati costretti ad allontanarsi dal centro della nostra vita. Non perché fossero sbagliati, ma perché in un certo momento sembravano incompatibili con la possibilità di essere amati, accettati o semplicemente di sopravvivere.

Così impariamo molto presto a selezionare ciò che può essere mostrato e ciò che deve essere nascosto.

Mostriamo ciò che riceve approvazione. Nascondiamo ciò che suscita disagio, vergogna o rifiuto.

Nel tempo questa operazione diventa così abituale che finiamo per dimenticarci di quelle parti. O almeno crediamo di averle dimenticate. Ma ciò che viene esiliato raramente scompare.

Continua a vivere sotto la superficie della coscienza, influenzando il nostro modo di percepirci, di amare e di stare al mondo.

La vergogna delle parti ferite

Una delle scoperte più difficili da accettare è che spesso non riusciamo ad amare le nostre ferite. Anzi, molto spesso proviamo vergogna per esse.

Ci vergogniamo del nostro bisogno di vicinanza.

Ci vergogniamo della nostra sensibilità.

Ci vergogniamo delle nostre paure.

Ci vergogniamo delle parti che continuano a soffrire nonostante gli anni trascorsi.

E così facciamo con noi stessi ciò che forse altri hanno fatto prima di noi: volgiamo lo sguardo altrove.

Cerchiamo di essere forti. Di essere maturi. Di essere autosufficienti.

Ma sotto questi tentativi resta una parte che continua ad attendere. Una parte che non chiede perfezione. Chiede semplicemente di essere vista.

Forse uno degli aspetti più dolorosi della sofferenza umana è proprio questo: non soltanto il dolore in sé, ma il fatto che il dolore venga considerato indegno di amore.

La perdita dell’anima

Molte culture indigene utilizzano un’espressione affascinante per descrivere ciò che accade quando parti importanti della nostra esperienza vengono escluse dalla vita cosciente. Parlano di “perdita dell’anima”. Naturalmente non si tratta di una descrizione letterale. È una metafora per indicare che qualcosa di vitale si è allontanato da noi.

Quando perdiamo il contatto con queste parti esiliate non perdiamo soltanto il dolore.

Perdiamo anche energia.

Perdiamo spontaneità.

Perdiamo capacità di stupirci.

Perdiamo il senso di meraviglia.

Si affievolisce il coraggio.

Si restringe il desiderio.

La vita diventa più sicura, ma anche più piccola.

Molte persone arrivano in terapia descrivendo proprio questa esperienza. Non necessariamente una sofferenza intensa, ma una progressiva riduzione della vitalità. Come se qualcosa si fosse spento lungo il cammino. Spesso ciò che manca non è una tecnica, una strategia o una nuova convinzione.

Manca il contatto con una parte della propria storia che è rimasta sola troppo a lungo.

Il trauma delle omissioni

Quando sentiamo parlare di trauma immaginiamo quasi sempre qualcosa che è accaduto.

Un abuso.

Una violenza.

Un evento sconvolgente.

Ma il trauma, come ci ha insegnato Winnicott, riguarda anche ciò che non è accaduto.

Le cure non ricevute.

Gli sguardi mancati.

La protezione assente.

La tenerezza che sarebbe stata necessaria.

Non veniamo feriti soltanto da ciò che ci viene fatto. Veniamo feriti anche da ciò che sarebbe dovuto esserci e non c’è stato. Queste omissioni lasciano tracce profonde. Spesso non si manifestano come ricordi nitidi ma come stati interiori persistenti.

Una sensazione di non valere abbastanza. La difficoltà a fidarsi. La paura di essere di troppo. L’incapacità di chiedere aiuto. Una continua insicurezza relazionale.

Il bambino che un tempo ha smesso di chiedere per non essere deluso continua a vivere nell’adulto.

E l’adulto finisce per convincersi che i propri bisogni siano eccessivi, che le proprie emozioni siano un peso, che la propria vulnerabilità sia un problema.

L’agonia primitiva

Weller utilizza una bellissima espressione per descrivere ciò che resta quando un bambino non viene sufficientemente accolto. Parla di una “agonia primitiva”.

Non è necessariamente un dolore spettacolare. È qualcosa di più sottile. Una sofferenza silenziosa. Una fame di presenza. Una nostalgia difficile da nominare. Il ricordo implicito di non essere stati abbastanza tenuti nella mente di qualcuno.

Per un bambino essere pensato è una forma di nutrimento.

Sapere che qualcuno si accorge di lui, si interessa a ciò che sente, contiene le sue paure e le sue emozioni, crea le fondamenta della sicurezza interiore. Quando questo non accade in modo sufficiente, qualcosa rimane incompiuto.

Non perché i genitori fossero cattivi. Spesso erano semplicemente feriti a loro volta. Ma il risultato non cambia: alcune parti di noi restano senza una casa.

Tornare nei luoghi abbandonati

La cura raramente consiste nel diventare qualcun altro. Più spesso consiste nel tornare. Tornare nei luoghi che abbiamo evitato. Tornare verso ciò che abbiamo giudicato indegno. Tornare verso le parti di noi che non hanno ricevuto abbastanza amore.

Questo richiede una forma particolare di consapevolezza. Non una consapevolezza fredda o analitica. Ma una presenza gentile. Uno spazio interiore sufficientemente ampio da accogliere ciò che emerge senza vergognarsene. Molti percorsi terapeutici e contemplativi convergono proprio qui.

Non nel tentativo di eliminare il dolore. Ma nella capacità di restargli vicino. Di offrirgli finalmente ciò che è mancato.

Uno sguardo.

Un ascolto.

Una forma di ospitalità.

Il compito non è aggiustare ciò che è ferito.

Forse il compito è imparare ad amare quei luoghi e parti di noi che non hanno conosciuto amore.

Perché spesso ciò che chiamiamo guarigione non è altro che questo: la lenta restituzione di gentilezza alle parti della nostra vita che ne sono rimaste prive.

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