La vita ci ri-guarda. Quel che gli incontri aprono in noi

Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a esser contento.
È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.

— Raymond Carver

A chi ha aperto porte.
A chi ho guardato e ancora mi riguarda.

I

Ci sono incontri che appartengono al tempo.

E ci sono incontri che appartengono alla geografia.

I primi li ricordiamo perché sono accaduti.

I secondi perché, dopo di loro, il paesaggio interiore non è stato più lo stesso.

È curioso. Quando ripensiamo alle persone importanti della nostra vita, raramente ricordiamo per prima cosa ciò che ci hanno detto. Nemmeno ciò che abbiamo fatto insieme. Ricordiamo piuttosto una sensazione difficile da descrivere: l’impressione che, da un certo momento in poi, il mondo avesse assunto una luce diversa.

Come quando si cammina per anni lungo un sentiero di montagna e, superata una curva, compare improvvisamente una valle che fino a un istante prima era invisibile. La montagna era già lì. La valle pure. Eppure soltanto adesso diventano parte del nostro orizzonte.

Forse gli incontri autentici assomigliano a questo. Per me lo sono stati e continuano ad esserlo. Non aggiungono semplicemente qualcuno alla nostra vita. Ci restituiscono una porzione di mondo che ancora non sapevamo di poter vedere.

Per questo è riduttivo pensare che un incontro sia soltanto l’incrocio accidentale di due biografie. Due particelle possono urtarsi per caso. Due esseri umani, invece, qualche volta si incontrano davvero.

E quando accade, la questione non riguarda più soltanto l’altro. Comincia a riguardare noi.


II

Esiste una parola italiana che da molti anni continua a sorprendermi.

Riguardare.

All’apparenza è un verbo semplice.

Riguardiamo un paesaggio. Una fotografia. Una scena di un film. Un volto.

Riguardare significa tornare con lo sguardo. Fermarsi ancora una volta su qualcosa. Lasciare che gli occhi ritornino dove erano già stati.

Ma la nostra lingua custodisce una seconda possibilità di significato.

Diciamo:

“Questa cosa mi riguarda.”

“Quella decisione non ti riguarda.”

In questo caso non stiamo parlando degli occhi.

Stiamo parlando dell’anima.

Qualcosa ci riguarda quando ci tocca, quando ci coinvolge, quando parla della nostra vita prima ancora che della realtà esterna.

Mi domando se queste due accezioni non siano molto meno lontane di quanto sembri.

Forse riguardiamo davvero soltanto ciò che, in qualche modo, ci riguarda.

Torniamo con lo sguardo là dove qualcosa ha continuato a lavorare dentro di noi.

È per questo che alcuni volti ritornano.

Non necessariamente perché desideriamo possederli.

Ma perché hanno aperto una domanda che ancora non ha terminato di parlare.

Gli incontri più importanti, allora, non sono quelli che ci danno risposte.

Sono quelli che ci cambiano le domande.


III

Siamo abituati a pensare che l’amore consista nel trovare qualcuno. Spesso è così.

A volte, quando allargo lo sguardo all’esistenza e trovo il coraggio di assumere la tenera prospettiva del cielo, non sono più così sicuro che sia questo il cuore dell’esperienza.

Una relazione che nasce dall’incontro è un movimento meraviglioso. Ma, fose e talvolta, il dono più grande di un incontro non è la relazione che nascerà.

È la rivelazione che produce.

L’altro diventa il luogo in cui ci accorgiamo di parti di noi che fino al giorno prima erano rimaste silenziose.

Desideri che non avevano ancora trovato parole.

Tenerezze che ignoravamo.

Paure che avevamo tenuto a distanza.

Capacità di amare che non sospettavamo di possedere.

L’incontro non crea necessariamente queste possibilità.

Le rende visibili.

Come la luce del mattino che non inventa il paesaggio, ma lo lascia finalmente apparire.

E forse è proprio questo il motivo per cui alcuni incontri ci sconvolgono.

Perché non mettono soltanto in discussione il futuro.

Mettono in discussione l’immagine che avevamo di noi stessi.

Ci costringono ad abbandonare una versione ormai troppo stretta della nostra identità.

Ed è un passaggio che, insieme alla gioia, porta sempre con sé una certa vertigine.

Perché ogni nascita comporta anche una perdita.

Bisogna lasciare morire qualcosa della persona che eravamo per fare spazio a quella che stiamo diventando.

Non sempre siamo pronti.

E non sempre l’altro può accompagnarci fino in fondo.

Ma questo non rende meno vero ciò che è accaduto.


IV

Credo che molte delle sofferenze amorose nascano qui.

Non soltanto dalla paura di perdere qualcuno.

Ma dalla paura di perdere ciò che, attraverso quella persona, avevamo finalmente intravisto di noi stessi.

È una differenza sottile. E decisiva.

Quando un incontro termina, la tentazione è credere che con esso svanisca anche la possibilità che aveva aperto.

Come se la porta richiudendosi cancellasse anche il paesaggio che avevamo visto oltre la soglia.

Eppure potrebbe non essere così.

Nessun incontro autentico ci restituisce qualcosa che appartiene esclusivamente all’altro.

Ci restituisce qualcosa che, in forma ancora embrionale, apparteneva già alla nostra vita.

L’altro lo rende possibile.

Lo chiama.

Lo invita a emergere. Ecco perché alcune persone diventano così importanti.

Ma ciò che nasce, fose, non è solo suo.

È anche nostro.

Per questo lasciar andare è tanto difficile.

Perché confondiamo la persona con la rivelazione.

Pensiamo di dover trattenere il volto per non perdere anche il mondo che quel volto aveva dischiuso.

E invece, forse, il compito è un altro.

Avere cura di ciò che è nato.

Continuare a coltivarlo, con fiducia, nella speranza certo di poter continuare a camminare insieme.

Ma anche quando chi lo ha risvegliato non cammina più accanto a noi.


V

John Keats chiamava negative capability la capacità di rimanere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio, senza precipitarsi verso spiegazioni premature.

È una delle qualità umane che più fatichiamo a praticare.

Appena qualcosa ci tocca profondamente vogliamo sapere.

Vogliamo definire.

Stabilire se durerà, se è giusto, se vale la pena sperare oppure no.

Trasformiamo il dubbio in una sentenza.

Non sempre perché amiamo la verità.

Più spesso perché facciamo fatica ad abitare l’apertura – quante volte ho cercato di controllare esiti, di influenzare traiettorie!

Ma la vita non cresce dentro le conclusioni.

Cresce nelle soglie.

Nelle domande che rimangono vive abbastanza a lungo da trasformarci.

Forse gli incontri ci chiedono proprio questo.

Di non avere troppa fretta.

Di non ridurre immediatamente il mistero a una diagnosi.

Di permettere alla vita di continuare il suo lavoro dentro di noi.

Anche quando non comprendiamo ancora quale forma assumerà.

Perché alcune persone restano.

Altre passano.

Ma gli incontri autentici hanno una caratteristica comune.

Continuano a parlarci molto tempo dopo che il loro tempo è finito.

E forse è questo il loro dono più grande.

Non insegnarci come trattenere qualcuno.

Ma ricordarci che esistono parti di noi che aspettavano soltanto di essere chiamate per nome.

Forse è per questo che alcuni incontri continuano ad abitare la nostra vita anche quando non ne fanno più parte.

Non chiedono necessariamente di essere trattenuti.

Chiedono di essere compresi.

Ci vuole tempo per capire che cosa una persona abbia significato davvero per noi.

A volte lo comprendiamo soltanto quando il rumore del desiderio si affievolisce e resta qualcosa di più essenziale.

La gratitudine.

Non la gratitudine ingenua di chi pensa che tutto accada per una ragione.

Ma quella, più silenziosa, di chi riconosce che alcune persone hanno avuto il coraggio di bussare a porte che nemmeno sapevamo di avere.

Non sempre potranno attraversarle con noi.

Non sempre i tempi della vita si incontrano.

Non sempre due desideri riescono a diventare una storia.

Ed è una delle esperienze più difficili da accettare.

Perché esistono incontri autentici che non trovano il tempo giusto.

Non per questo sono stati meno veri.

Mi dico che crescere significa anche imparare a custodire questa verità senza trasformarla in rimpianto.

Continuare a vivere.

Continuare ad amare.

Continuare a lasciare aperta quella porta che qualcuno, un giorno, ha avuto la delicatezza di spalancare.

E, a un certo punto – non so in quale punto esatto – , ho realizzato che il contrario dell’amore, forse, non è la perdita.

È dimenticare.

Dimenticare ciò che un incontro ci ha insegnato di noi.

Dimenticare la persona che siamo diventati mentre qualcuno ci guardava.

Se c’è una cosa che gli incontri più importanti ci lasciano, non è la certezza.

È una direzione.

Ci ricordano che siamo più grandi della vita che avevamo immaginato.

Che dentro di noi esistono ancora stanze da abitare, parole da pronunciare, gesti che aspettano soltanto di essere vissuti.

E allora forse il compito non è trattenere chi se ne va – anche se questa consapevolezza è dolorosa.

È avere cura di ciò che il suo passaggio ha reso possibile.

 Ci sono persone che restano.

E persone che, pur andando via, continuano a indicarci la strada verso casa.

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