
“Siamo cose lanciate in aria, vive in volo.” Ted Hughes
“E mi pare
Si muoia più a non vivere
Che a morire.” Beatrice Zerbini
A te che non riveli la via ma mi rimetti in cammino
Ogni incontro autentico ci consegna una domanda. Il tempo successivo della fiducia la custodisce. Poi arriva un momento in cui quella domanda cambia voce. Non ci chiede più che cosa pensiamo della vita. Ci domanda come intendiamo viverla. E a quella domanda non si risponde con le idee. Si risponde cominciando a camminare…
I
Ogni vita conosce almeno tre tempi.
C’è un tempo in cui qualcosa ci raggiunge.
Un incontro.
Una perdita.
Un amore.
Un dolore.
Qualcosa interrompe il corso abituale dei nostri giorni e ci costringe a guardare il mondo da un’altra prospettiva. È il tempo in cui la vita comincia a riguardarci davvero.
Poi esiste un secondo tempo.
Più silenzioso.
È il tempo dell’attesa.
Quello in cui impariamo che non tutto può essere deciso, accelerato o controllato. Come la terra custodisce il seme, impariamo lentamente a custodire il possibile. Scopriamo che la vita possiede un ritmo proprio e che la fiducia nasce proprio lì, nel rispetto di processi che non possiamo forzare.
Ma arriva, prima o poi, un terzo tempo.
Ed è forse il più difficile.
Perché né l’incontro né l’attesa bastano più.
La domanda che abbiamo riconosciuto.
La fiducia che abbiamo coltivato.
Ora chiedono una forma.
Chiedono il corpo.
Chiedono la vita, la via.
Ci chiedono di metterci in cammino.
È qui che molte delle nostre esistenze esitano di più o si arrestano.
Non perché manchi l’intelligenza.
Non perché manchi la sensibilità.
Ma perché il passo fa paura, sempre.
Finché una verità rimane un pensiero, continua a proteggerci.
Possiamo contemplarla.
Possiamo parlarne.
Possiamo perfino commuoverci.
Ma viverla è un’altra cosa.
Viverla significa esporsi.
Accettare che nessuna garanzia preceda il primo passo.
Che il sentiero non si mostri interamente.
Che il tempo continui a scorrere anche mentre noi esitiamo.
Perché il tempo della vita non ci aspetta.
Ci accompagna.
Ma non si ferma.
E ogni giorno in cui rimandiamo una vita che riconosciamo come nostra è un giorno che nessuno potrà vivere al posto nostro.
Quando cammino in montagna c’è una cosa che continua a sorprendermi, se ci faccio caso.
Il sentiero non si lascia mai vedere tutto. Sembra una ovvietà.
Mostra pochi metri.
Una curva.
Un tratto di bosco.
Poi scompare.
Il resto appartiene alla montagna.
Per molto tempo questa caratteristica mi è sembrata un limite.
Oggi penso che sia un insegnamento.
La vita non ci consegna il paesaggio.
Ci affida il passo – e confida che noi si accolga il compito.
Vorremmo conoscere la meta prima di partire.
La vita, invece, ci domanda se siamo disposti a partire senza conoscerla del tutto.
Le strade si aprono come varchi inquieti e opachi.
Ed è forse proprio questo a renderle vive.
Perché un varco non promette.
Invita.
Per molto tempo ho creduto che diventare se stessi significasse soprattutto conoscersi.
Oggi credo che la conoscenza sia soltanto una soglia.
Possiamo comprendere le nostre paure.
Riconoscere ciò che desideriamo.
Persino intuire la direzione verso cui la vita ci chiama.
E tuttavia restare immobili.
La consapevolezza è un inizio.
Non un compimento.
Forse è qui che un’antica parola greca torna ad acquistare una forza sorprendente.
La parola che nel Nuovo Testamento viene tradotta con “peccato” è hamartía. Prima ancora di assumere un significato morale, indicava il gesto dell’arciere che manca il bersaglio.
Non è difficile riconoscersi in questa immagine.
Il bersaglio della nostra vita non è il successo.
Non è la perfezione.
È il compimento.
È diventare, lentamente, la persona che siamo chiamati a essere.
Forse è anche questo il significato dell’invito evangelico a essere “perfetti”. Non impeccabili. Ma compiuti. Portati a pienezza.
E allora il vero tradimento non consiste tanto nello sbagliare strada.
Consiste nel non partire.
Nel restare fedeli alla paura più che alla vita.
Perché possiamo accadere a noi stessi solo se troviamo il coraggio di andare oltre noi.
Ed è questo, forse, il primo passo di ogni esistenza autentica.
II
C’è un’altra cosa che il sentiero insegna, credo.
La scopriamo soltanto mentre camminiamo.
All’inizio pensiamo che sia il paesaggio a cambiare.
Poi ci accorgiamo che il cambiamento più profondo sta avvenendo in chi guarda.
Le montagne sono ancora montagne.
Gli alberi sono gli stessi.
Perfino il cielo sembra identico.
Eppure qualcosa è diverso.
Siamo noi.
Ogni passo modifica impercettibilmente il punto da cui osserviamo il mondo.
Ed è forse questa la natura più autentica del cammino.
Non portarci semplicemente altrove.
Cambiare il nostro modo di vedere.
Per questo la vita non può essere vissuta in anticipo.
Possiamo immaginarla.
Prepararla.
Desiderarla.
Ma esiste una conoscenza che appartiene soltanto all’esperienza.
È una conoscenza umile.
Il corpo la conosce da sempre.
Nessuno impara a nuotare leggendo un libro.
Nessuno impara ad amare studiando l’amore.
Nessuno diventa padre prima di avere un figlio.
Esistono verità che diventano nostre soltanto quando attraversano la carne.
Forse anche diventare se stessi appartiene a questo ordine di esperienze.
Non è qualcosa che comprendiamo.
È qualcosa che, lentamente, accade.
Per questo ogni vocazione possiede qualcosa di inquieto.
La parola “vocazione” viene spesso ridotta al lavoro, alla professione, al talento.
Mi sembra troppo poco.
La vocazione è, prima di tutto, una chiamata dell’esistenza a compiere se stessa.
Qualcosa che ci precede.
Qualcosa che, da molto tempo, continua a bussare alla nostra vita.
Non sempre con forza.
Più spesso con discrezione.
Attraverso una gioia inattesa.
Una nostalgia difficile da spiegare.
Un incontro.
Una ferita.
Una bellezza che ci trattiene qualche istante più del necessario.
Come se alcune esperienze conoscessero il nostro nome prima ancora che noi imparassimo a pronunciarlo.
Mi colpisce che molte persone arrivino in terapia con la stessa domanda.
“Come faccio a sapere se è la strada giusta?”
È una domanda profondamente umana.
Eppure, forse, contiene un piccolo inganno.
Perché immagina che esista un sentiero completamente visibile, capace di eliminare ogni dubbio.
Non credo che la vita funzioni così.
Le strade più importanti non chiedono anzitutto di essere comprese.
Chiedono di essere percorse.
Non è il cammino a darci la certezza.
È il cammino che, passo dopo passo, educa il nostro sguardo.
Ciò che all’inizio sembrava un rischio, con il tempo diventa casa.
Non perché la paura scompaia.
Ma perché impariamo che la paura può camminare accanto a noi senza decidere la direzione.
Esiste una differenza sottile tra sicurezza e fiducia.
La sicurezza desidera eliminare l’incertezza.
La fiducia accetta di attraversarla.
La sicurezza domanda continuamente:
“Come andrà?”
La fiducia pone una domanda diversa:
“Chi sto diventando mentre attraverso tutto questo?”
È una domanda che cambia completamente il paesaggio.
Perché smettiamo di valutare la nostra vita soltanto attraverso gli esiti.
Cominciamo a guardarla attraverso le trasformazioni.
Ci accorgiamo che ogni passo, anche quello esitante, ci ha già resi diversi.
Che il sentiero non ci stava conducendo soltanto verso una meta.
Stava lentamente costruendo la persona capace di abitarla.
Forse è questo il paradosso più bello dell’esistenza.
Cerchiamo una strada.
E scopriamo che, in realtà, la strada stava cercando noi.
Non per portarci dove avevamo immaginato.
Ma dove, lentamente, stavamo diventando capaci di arrivare.
È questo, forse, il significato più profondo del cammino.
Non trovare finalmente se stessi.
Lasciare che la vita, passo dopo passo, ci conduca verso quella parte di noi che aveva sempre atteso di poter accadere.
III
E allora c’è una domanda che, prima o poi, ogni sentiero ci rivolge.
Non riguarda la meta.
Riguarda noi.
Ci chiede chi stiamo diventando mentre camminiamo.
Per molto tempo ho creduto che la libertà consistesse nell’avere davanti molte possibilità.
Più il tempo passa, più questa idea mi sembra incompleta.
Le possibilità, da sole, non rendono liberi.
Qualche volta ci paralizzano.
La libertà, forse, nasce quando una possibilità smette di essere semplicemente una delle tante e diventa quella alla quale sentiamo di dover rispondere.
Non perché sia obbligatoria.
Perché ci somiglia.
Perché, misteriosamente, ci riguarda.
Ogni scelta possiede una sua nostalgia.
Decidere significa recidere.
Ogni volta che imbocchiamo un sentiero, lasciamo che altri rimangano inesplorati.
Non esiste una vita che possa contenere tutte le vite possibili.
E forse una parte della maturità consiste proprio nell’imparare a salutare ciò che non vivremo.
Non con amarezza.
Con gratitudine.
Perché soltanto rinunciando a infinite possibilità possiamo permettere a una di diventare reale.
Il seme, per diventare albero, rinuncia a essere seme.
Il bambino, per diventare adulto, rinuncia a tutte le età che non potrà più abitare.
Anche noi, ogni volta che scegliamo, perdiamo qualcosa.
Ma è una perdita feconda.
È il prezzo di ogni nascita.
Forse è per questo che il cammino fa paura.
Non perché sia pieno di rischi.
Ma perché ci cambia.
Ogni passo ci allontana dalla persona che saremmo rimasti se fossimo rimasti fermi.
E questo, qualche volta, spaventa più dell’incertezza stessa.
Restare immobili ci dà l’illusione di proteggerci.
Ma la vita possiede una strana fedeltà: continua a chiamarci. Talvolta fino a diventare sintomo.
Anche quando facciamo finta di non sentirla.
Continua a mostrarci, con infinita pazienza, quella parte di noi che ancora attende di essere vissuta.
Forse è questo il dolore più profondo.
Non tanto fallire.
Quanto intuire di non stare vivendo la vita che, silenziosamente, continua a cercarci.
Mi accorgo allora che i grandi passaggi della vita non ci chiedono mai di essere senza paura.
Ci chiedono qualcosa di molto più umano.
Di non lasciare che sia la paura a scegliere al nostro posto.
La fiducia non elimina il tremore.
Gli cammina accanto.
Il desiderio non cancella il dubbio.
Lo attraversa.
La libertà non consiste nel risolvere questi opposti.
Consiste nel tenerli insieme.
Ripenso allora al sentiero.
All’inizio sembrava condurre verso una meta.
Ora mi accorgo che il suo lavoro era un altro.
Non stava semplicemente portandomi da qualche parte.
Stava lentamente insegnandomi un modo di abitare il mondo.
Per questo, forse, non diventiamo noi stessi il giorno in cui troviamo la strada.
Diventiamo noi stessi ogni volta che, pur senza vedere l’intero orizzonte, troviamo il coraggio di compiere il passo che oggi la vita ci affida.
È una libertà diversa da quella che avevamo immaginato.
Più fragile.
Più esposta.
E proprio per questo più vera.
Perché la vita non ci chiede di essere senza paura.
Ci chiede di non smettere di camminare.
Ed è forse questo il suo dono più grande.
Scoprire che il sentiero non ci conduce semplicemente verso il futuro.
Ci conduce, lentamente, verso quella parte di noi che ci stava aspettando fin dall’inizio.
E che poteva accadere soltanto mettendosi in cammino.
Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano
- E-mail: alessandrociardi5@gmail.com
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