Inizio della scuola. Genitori e figli al rientro: al di là della corsa alle competenze

Siamo forse l’unica specie che sveglia i propri figli ogni mattina. Lo dico con una punta di ironia provocatoria e un profondo rispetto per il cosiddetto “mestiere” di genitore.

Ogni settembre ricomincia il rito collettivo della sveglia all’alba: genitori indaffarati che chiamano e richiamano figli assonnati che protestano, zaini da preparare, corse contro il tempo. È una scena che appartiene a ogni famiglia, e che segna l’inizio dell’anno scolastico.

Ma dietro questa immagine quotidiana si nasconde una domanda più profonda: come tenere insieme i bisogni dei genitori e quelli dei figli senza cadere nel sacrificio totale né nel disinteresse, senza confondere amore con ipercontrollo, né autonomia con abbandono?

Il contesto che pesa sulle famiglie

Molto dello stress genitoriale, ovviamente, non nasce da incapacità personali ma dal contesto culturale in cui viviamo. La cultura contemporanea sta progressivamente isolando i nuclei familiari, sottraendo reti di sostegno e di solidarietà che un tempo distribuivano la responsabilità dell’accudimento. Oggi ogni incombenza – pratica, educativa, economica – grava quasi interamente sui genitori. A rincarare la dose ci pensa il clima competitivo in cui siamo immersi, che sembra chiedere loro non tanto di accompagnare i figli, quanto di prepararli a “farsi largo” in un futuro sociale ed economico in cui il più riconosciuto e “skillato” avrà la meglio.

In questo scenario, l’attenzione si concentra su ciò che il bambino deve diventare per garantirsi status e riconoscimento, più che su ciò che il bambino desidera essere. È qui che il rischio si fa alto: il talento, le inclinazioni, la linfa che spontaneamente sospingono lo sviluppo – e caratterizzano da subito ogni bambina e bambino – rischiano di essere soffocati da una corsa continua alla performance.

L’iper-coinvolgimento dei figli in mille attività ne è un esempio. Oltre una certa soglia, smette di essere un gesto di cura e diventa l’espressione di un’ossessione adulta: dotare i bambini di competenze, skills e titoli che li rendano competitivi in un mondo già saturo di futuri adulti “altrettanto skillati” – e, forse, già annoiati. Ma l’educazione non dovrebbe ridursi a un addestramento alla sopravvivenza: ciò che fa lentamente ammalare, oggi, è proprio la mancanza di senso nelle nostre vite. E il senso non appartiene solo al tempo libero, ma dovrebbe attraversare la vita quotidiana, il lavoro, lo studio, le relazioni.

Bisogni dei figli e dei genitori

Troppe volte il discorso pubblico sulla genitorialità si concentra soltanto sui figli. Ma i genitori non sono solo educatori: sono persone, con bisogni fondamentali di riposo, creatività, relazioni, spazi di libertà.

Lo psicoanalista Donald Winnicott parlava della “madre sufficientemente buona” – definizione da estendere alla genitorialità: non perfetta, non sempre presente, ma capace di garantire una base sicura pur mantenendo il proprio spazio personale. Questa idea resta attualissima: un genitore che si prende cura anche di sé offre ai figli un modello più autentico di equilibrio.

Allo stesso modo, la Compassion Focused Therapy di Paul Gilbert ricorda che non possiamo prenderci cura degli altri se non coltiviamo la compassione verso noi stessi. Non si tratta di egoismo, ma di un atto di responsabilità: proteggere la propria energia emotiva per poterla poi condividere con chi amiamo.

I figli hanno bisogno di sentirsi accolti, visti, protetti. Ma hanno bisogno, altrettanto, di responsabilità e autonomia.

Il pedagogista Jesper Juul ha insistito sull’importanza del rispetto reciproco tra genitori e figli. Affidare piccole responsabilità quotidiane – preparare lo zaino, organizzare i tempi, gestire un compito domestico – non è un modo per scantonare il ruolo genitoriale ma per nutrire fiducia e senso di competenza nel bambino.

La domanda che i genitori potrebbero cominciare a porsi – e a porre – non è tanto “cosa vuoi fare da grande?” ma “cosa vuoi essere da grande?” – e, perché no, “cosa vuoi fare di grande?”. Sono domande che aprono spazi di senso, non solo di prestazione.

Ascolto di sé e dei figli

La sicurezza emotiva non nasce dal controllo, ma da uno sguardo sincero che sa riconoscere e rispettare, da un dialogo in cui c’è spazio per l’altro, da limiti chiari e al tempo stesso umani. Un figlio non ha bisogno di un genitore perfetto, ma di qualcuno che sa esserci davvero, con presenza piena.

Educare, in un certo senso, oggi significa anche cercare di non replicare in casa modelli di auto-sfruttamento (genitori che annullano sé stessi) né di etero-sfruttamento (figli schiacciati da aspettative eccessive) che incontriamo sui luoghi di lavoro. Significa custodire bisogni fondamentali come la creatività, il gioco, il tempo libero condiviso, che oggi rischiano di essere sacrificati sull’altare della prestazione.

Non esistono ricette universali. Ogni famiglia trova il proprio equilibrio nel tempo. Ma una bussola rimane chiara: coltivare un ascolto autentico di sé e dei bisogni dei figli.

Non si tratta di opporre i due poli – o me stesso o i miei figli – ma di intrecciarli in un a delicata e feconda alleanza. Quando un genitore si prende cura anche della propria vita, mostra al figlio che l’esistenza non è solo sacrificio, ma anche gioia, curiosità, possibilità di crescita.

La vera sveglia, in fondo, non è quella che ci tira giù dal letto ogni mattina, ma quella che ci richiama a scegliere il senso delle nostre giornate, relazioni autentiche e spazi di libertà condivisa. È questo che, più di ogni zaino preparato, può fare la differenza nell’educazione: un clima di fiducia reciproca, in cui ciascuno può crescere senza perdere sé stesso.

AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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