Elaborazione del lutto e cura di sé. Oltre il mito della guarigione totale

Nel linguaggio psicologico si parla di elaborazione del lutto come di un processo sano e necessario affinché la vita, dopo una perdita e separazione dolorosa, dopo aver sostato, per così dire, nel ricordo, nella rievocazione, nella nostalgia – cioè nella tristezza, nella rabbia, nell’impotenza – e, per una fase incapace di procedere e progettarsi, ricominci a fluire.

Credo, però, sia necessario un chiarimento per ricontestualizzare e “umanizzare” il significato che ha, nel senso comune, l’elaborazione di un lutto, sottraendolo all’idealizzazione corrente secondo cui compiere positivamente questo processo possa sempre significare azzerare il dolore, la nostalgia e ricomporre completamente la ferita. Lo dico così: nell’elaborazione del lutto c’è spesso una quota di dolore non elaborabile – questo, ovviamente, non equivale all’impossibilità di procedere con la propria vita né significa che non proveremo più gioia.

Ho la sensazione che, sempre più spesso, circoli nell’immaginario e nelle aspettative collettive, l’idea che il processo psicologico della cura equivalga alla guarigione totale – la cosiddetta restitutio ad integrum: certamente alcuni segni impressi dalle esperienze che attraversiamo si rimarginano; altri no, semplicemente. Così come alcune perdite si superano meglio di altre, in molti casi, quando queste perdite comportano lo smarrire, a tratti, una parte profonda di se stessi e fondamentali punti di riferimento, si tratta di imparare a convivere con quote di dolore inevitabile, certamente ridimensionabile e probabilmente gestibile. Ma, forse, inestinguibile.

Lo sappiamo bene, quando le lacrime irrompono inaspettate sull’onda di un profumo, di un luogo, di una musica, dell’espressione di un viso, anche a distanza di anni, e chi non c’è più, improvvisamente, è di nuovo lì con noi, vicino ma ormai perso nella distanza.

In questa chiave, elaborare un lutto significa accettare in noi una mancanza – l’assenza di una presenza -, accogliere in noi il perdurare di una cicatrice che è lì a proteggere quella porzione di pelle che, suo malgrado, non è riuscita a riparare completamente – l’inspessimento del tessuto cicatriziale non come segno di fallimento ma come segno di cura.

Mi pare importante dirlo perché mi è capitato di ascoltare persone che si colpevolizzavano per non riuscire a elaborare il lutto – avendo, forse, in mente un processo performativo e poco umano. Ecco: mi pare importante dirlo anche per sottrarre il lavoro psicoterapeutico – delicato, complesso, talvolta lento – all’imperativo prestazionale dominante. Gli psicologi non aggiustano anime da ricollocare nella catena di montaggio ma accompagnano nel delicato processo di conoscenza e rimemorazione di sé, di riallineamento con alcune verità, spinte vitali e valori personali, di accettazione di ciò che non si può cambiare.

Le cicatrici, quindi, non impediscono il movimento, semplicemente rappresentano un segno visibile di una storia. La questione fondamentale di un processo di elaborazione del lutto che si sia svolto positivamente è che la vita ritrovi in sé, nonostante e a partire da una perdita, la capacità di proseguire, alleandosi con le più profonde spinte del vivente – rappresentate dal fatto che, al fondo di tutto, la vita vuole vivere e, se non ostacolata, tende a moltiplicarsi e ad avanzare. Per fare ciò, talvolta si ha bisogno aiuto.

L’arte delicata e difficile di vivere – e di prendersi cura di sé – sembra più consistere nel raffinare la capacità di tenere insieme le contraddizioni e integrare aspetti e vissuti per restare interi piuttosto che lasciarsi alle spalle eventi e persone per restare intatti. E, talvolta, nell’ accettare che il dolore ci cambia.

Così, affrontare e, in un certo senso, “superare” il dolore, non significa cercare di vincerlo ma, per così dire, farsi suo ospite.

AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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