(IT)”La petite dernière”. La fatica di diventare se stessi

La Petite Dernière (titolo italiano: La più piccola), film tratto dall’omonimo e autobiografico romanzo di Fatima Daas, è un’opera elegante e profondamente rispettosa di un tema tanto delicato quanto universale: la costruzione dell’identità.

La storia – adattata per lo schermo dalla stessa regista Hafsia Herzi, attraverso molte riscritture – è quella di una giovane ragazza algerina di seconda generazione, musulmana, cresciuta nella periferia parigina. Una ragazza che ama il calcio, che attraversa il passaggio verso l’università, che è legata alla sua famiglia — un padre affettuoso, una madre devota, due sorelle con cui condivide un’intimità reale — e che, nel cuore di questo mondo, scopre qualcosa che non aveva previsto: il desiderio per altre ragazze.

Non è una scoperta liberatoria. È, prima di tutto, una scoperta dolorosa.

Non perché ci sia qualcuno da odiare o da cui difendersi. Ma perché tutto ciò che la tiene — la fede, gli affetti, le radici — entra in tensione con qualcosa che emerge da dentro, e che non può essere semplicemente negato. È forse questa la posizione più complessa: quando non esiste un nemico chiaro, quando non c’è una frattura evidente tra bene e male, ma un dissidio interno, silenzioso, che attraversa tutto.

Il film sa restare qui, senza giudizi, con rara delicatezza. Non semplifica. Non offre soluzioni. Mostra. Lo sguardo della regista segue con pudore il dolore della ragazza, senza mai sottrarsi – complice un’attrice, Nadia Melliti, in stato di grazia, autentica, generosa, bravissima nel mettere in scena la danza tra un orgoglio trattenuto, forse necessario e difensivo, e cedimenti laceranti che irrompono nel quotidiano.

La regista racconta una storia singolare che però, in controluce, parla di molti. Del difficile, intricato, spesso doloroso processo della ricerca di sé. Di ciò che, in modi diversi, viene richiesto a ciascuno: scoprire chi si è e provare a realizzarlo, nei propri limiti e nelle proprie possibilità. Ma questo compito, a volte, si presenta come uno strappo.

Diventare se stessi può essere vissuto come un’alternativa inconciliabile all’appartenenza. Come se scegliere una parte di sé significasse perdere qualcosa di essenziale altrove. E non sempre esistono contesti — famiglie, comunità, culture — sufficientemente mature ed equilibrate da poter reggere questa tensione, da poter autorizzare davvero ciascuno a percorrere il proprio cammino.

Una comunità sana è quella che riesce a integrare le differenze senza chiedere conformità. Ma non è scontato.

Così Fatima, la protagonsita, si muove dentro questa complessità. Tra il desiderio e la lealtà. Tra la tentazione dello strappo e il tentativo, più sottile, di tenere insieme. Non c’è una risposta semplice. E forse è proprio questo che rende il film così onesto.

È qui che il pensiero di Amin Maalouf, scrittore e giornalista libanese, diventa una buona soglia per allargare lo sguardo.

Maalouf, che a lungo ha trattato questi temi, insiste sul fatto che ciascuno di noi non è riducibile a una sola appartenenza. Siamo composti da molte linee — culturali, linguistiche, affettive, spirituali — e il problema nasce quando una sola di queste pretende di definire tutto il resto. Quando l’identità si restringe, si irrigidisce, si difende. In quei momenti, qualcosa si chiude e, spesso, si ammala – lo sa bene chi, come me, si occupa di sofferenza, quanto la rigidità e l’inflessibilità (di una persona, di un gruppo, di una comunità) portino un sistema all’atrofia, al malessere.

Eppure, allo stesso tempo, non possiamo fare a meno dell’identità. Abbiamo bisogno di una narrazione di noi stessi, di una struttura, per così dire, di una continuità che tenga insieme l’esperienza. Senza questo filo, rischiamo di disperderci. È una tensione inevitabile: tra il bisogno di forma e la necessità di restare aperti.

In questo senso, la definizione di Georges Devereux — l’identità come processo di integrazione della complessità e arricchimento attraverso le differenze — appare quasi come una bussola. Non si tratta di trovare una sintesi perfetta, ma di riuscire a tenere insieme elementi diversi, anche quando non coincidono.

Quando questo non accade, quando siamo costretti a scegliere una sola versione di noi stessi, qualcosa si perde. E quella perdita, spesso, prende la forma del sintomo, della costrizione: non siamo più a contatto con la realtà e nel flusso dinamico della vita ma ci opponiamo al cambiamento e alla complessità – quando, ad esempio, le idee, sempre discutibili, diventano ideologie, non più contestabili, sappiamo bene quanti danni possono derivare e non mancano esempi, anche molto attuali, di quanto gli integralismi di ogni sorta lascino morti e feriti sul campo in nome della propria integerrima coerenza.

All’inizio della vita, del resto, non scegliamo nulla.
Nasciamo dentro un mondo già strutturato, dentro significati che ci precedono. Le prime immagini di noi, del giusto e dello sbagliato, dell’amore e del rifiuto, le ereditiamo. Ereditare, però, non significa semplicemente conservare. Come ricorda Sigmund Freud, ereditare significa riconquistare da capo ciò che ci è stato dato. Attraversarlo, interrogarlo, trasformarlo. È un lavoro.

Un lavoro che, inevitabilmente, comporta anche una certa distanza. A volte, una rottura.

Lo psicoanalista Aldo Carotenuto parlava, non a caso, di tradimento. Non come negazione delle proprie origini, ma come gesto necessario per poter diventare se stessi. Tradire, in questo senso, è sottrarsi a una fedeltà cieca per aprire uno spazio di scelta. Non è un movimento semplice.
Può essere attraversato da colpa, da paura, da solitudine.

E forse è proprio questo che il film lascia intravedere con più forza: che il diventare se stessi non è mai un percorso lineare o indolore. È un processo che chiede di sostare nel non sapere, di tollerare la contraddizione, di non avere subito una risposta. “Conosci te stesso”, si dice. Ma, come ricorda Marco Vannini, conoscere — dale greco gignōskō, gignomai — è un generarsi. Non un accumulo di informazioni che fissiamo nel tempo ma un nascere, un dare nuova forma e nuova vita a se stessi, a partire dalle condizioni date, non scelte, per poter scegliere di generarsi nuovamente. La nascita psicologica ed esistenziale è un compito, sarebbe un destino in effetti, spesso complicato.

Allora l’identità non è qualcosa da definire una volta per tutte, ma qualcosa da abitare nel tempo. Un processo che, a volte, si apre con uno strappo. E altre volte, più silenziosamente, con un lento lavoro di integrazione. In ogni caso, qualcosa che non può essere forzato e un appuntamento che, possibilmente, non dovrebbe essere mancato. L’incontro con se stessi e il proprio, peculiare, cammino, che chiede rispetto, coraggio e fiducia.

Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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