
Viviamo la vita di tutti i giorni, i nostri appuntamenti, le relazioni, i luoghi, le nostre stesse parole, come una ripetizione. Di atti, di incontri, di appuntamenti, di eventi, di momenti simili.
E allora, magari dopo un po’, cominciamo a contarli – “Questo è il terzo incontro”, “Siamo già stati qui cinque volte”, “È la solita storia”.
“Ti voglio bene”.
“Me l’hai già detto”.
E poi smettiamo di contarli e iniziamo ad accatastarli. E nell’accumulo iniziamo ad annoiarci, a perdere spesso il senso, talvolta la prospettiva, la direzione, l’intenzione. E’ così, credo, che la bellezza, scivola via dai giorni.
La bellezza di ciò che c’è.
Quanto diverso sarebbe se non pensassimo a questi eventi, a queste parole, a questi incontri, a questi paesaggi, come un elenco in cui c’è una prima volta e poi una seconda, fino ad arrivare alla trecentesima.
Se potessimo pensare a tutto ciò, ogni volta, come unico. Il vantaggio è evidente: se una cosa, un atto, una parola, un incontro, diventa unico è, allo stesso tempo, il primo e l’ultimo, è contemporaneamente una prima volta e l’ultima volta.
Come quando, a un certo punto, si accompagna qualcuno alla porta e si ha il dubbio – lucido e dolente – che sia l’ultima volta. O come quando si guarda un tramonto con quella strana forma di gratitudine che viene dal sapere che nulla è scontato e tutto ci fu dato in prestito.
E allora questo ci consentirebbe di poter vivere con l’attenzione, l’apertura, l’entusiasmo, la disponibilità di ogni prima volta ma anche con la cura, la delicatezza, l’amorevolezza che meritano molte delle nostre ultime volte.
Se potessimo portare quell’attenzione tenera e vibrante che riserviamo alle prime volte, o muoverci con la delicatezza solenne che meritano le ultime. Se potessimo portare nel cuore la sognante curiosità dell’inizio ela vivida compassione della fine.
Se lo sapessimo di quelle labbra, uniche; e quello sguardo? Unico, anche lui. Nuovo, anche lui, ogni giorno. Unico quell’attimo, quel pensiero, quel gesto, quell’inciampo, quel dolore, sì, unico anche lui.
“Ti voglio bene”.
“Me l’hai già detto”.
“Ma no, era ieri, per questo te lo dico ancora, oggi è diverso, lo senti?”
AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano
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