
Ci sono attese che appartengono alla vita ordinaria: un esame, una risposta, una stagione che deve compiersi. E poi ci sono attese più dense, più scure, in cui non si aspetta semplicemente qualcosa, ma un varco. Un permesso. Una decisione altrui. Un segnale che non dipende da noi e che, nel frattempo, tiene sospesa la vita come un respiro trattenuto. In questi casi l’attesa smette di essere una parentesi e diventa un clima.
Il problema non è tanto quanto dura, ma che cosa fa al nostro modo di stare al mondo.
Maratona: l’attesa prima della battaglia
Nel 490 a.C. l’esercito persiano sbarca nella piana di Maratona. Atene è minacciata, fragile, divisa. Gli ateniesi sanno di non poter reggere a lungo da soli e inviano un messaggero a Sparta per chiedere aiuto. Ma gli spartani non partono: una festa religiosa impedisce loro di muoversi prima della luna piena. Atene resta così in attesa. Un’attesa carica di angoscia, di incertezza, di paura. Il nemico è lì, visibile, ma l’aiuto promesso non arriva.
È in questo contesto che emerge la figura di Milziade, uno degli strateghi ateniesi. Secondo il racconto di Erodoto, Milziade comprende qualcosa di decisivo: il pericolo non è solo l’esercito persiano, ma ciò che potrebbe accadere dentro Atene se l’attesa si prolunga. Se non si agisce, argomenta, prenderà forma la stasis.
La stasi: quando il fermo diventa discordia
La parola greca stasis non indica semplicemente l’immobilità. Indica la discordia interna, la guerra civile, la frattura che attraversa una città quando l’energia collettiva non trova uno sbocco verso l’esterno. Milziade teme che l’attesa corroda gli ateniesi dall’interno. Che l’indecisione generi sospetto, accuse reciproche, scissioni. E usa un termine fortissimo: la paura di una putrefazione interna. È un’intuizione che va ben oltre la strategia militare. È una diagnosi psicologica ante litteram: la non-azione non è neutra. Quando l’energia resta compressa troppo a lungo, tende a rivolgersi contro chi la trattiene. Il nemico esterno si trasforma in nemico interno.
Nel mondo greco, la persona non esiste come individuo isolato. Esiste come cittadino, come parte della polis. Per questo idiōtēs non significa originariamente “stupido”, ma “privato”: colui che si ritira dalla vita comune, che pensa solo a sé. In una cultura in cui l’umano prende forma nella partecipazione, ritirarsi equivale a perdere consistenza. Detto in termini più contemporanei: quando l’attesa ci chiude, quando ci sospende troppo a lungo, rischiamo di ritirarci non solo dal mondo, ma anche da noi stessi. Restiamo nella stanza, ma è la stanza a diventare il mondo.
Qui il discorso incrocia una linea filosofica che arriva fino a Martin Heidegger: esistere non come concetto astratto, ma come stare fuori, esporsi, comparire. Esistere significa, in senso letterale, manifestarsi, prendere posizione, accettare di sporcarsi nel mondo. Da qui una prima conclusione, apparentemente semplice ma decisiva: il modo migliore per affrontare la paura nell’attesa è andare incontro alla paura.
Non in senso eroico o performativo. Ma nel gesto concreto: fare quella telefonata rimandata, inviare una mail, chiedere chiarimenti, esprimere il bisogno di un incontro, rimettere in moto una pratica, fare un esame. L’azione minima, quando è possibile, riduce la minaccia. Riporta il corpo e la mente in una traiettoria.
E tuttavia — ed è qui che il discorso si complica davvero — non sempre uscire è possibile.
Quando l’attesa è obbligata
Esistono attese in cui il mondo non apre. Non perché manchi il coraggio, ma perché le condizioni non lo consentono. In questi casi, insistere sull’imperativo dell’azione rischia di diventare una violenza ulteriore.
Ci sono attese che assomigliano a un congelamento. Il corpo è presente, ma la spinta è assente. La mente gira, ma non aggancia. È una risposta che conosciamo bene anche nella clinica post-traumatica: quando l’organismo ha imparato che l’azione non modifica l’esito, sceglie la strategia più antica e più sobria — fermarsi, risparmiare, ridursi, portare al minimo le funzioni vitali. Non è pigrizia. È protezione.
Non a caso questo tempo è presente in tutte le fiabe. C’è sempre un momento in cui si aspetta: il bacio, il segnale, l’arrivo di qualcuno o qualcosa che spezzi l’incantesimo. L’idea e la speranza di essere salvati non è sempre una fantasia regressiva: a volte è una sostanziale necessità. Da soli non si riesce.
Il problema nasce quando l’attesa diventa l’unica grammatica possibile: aspetto che accada qualcosa, e nel frattempo io non esisto.
Non subire l’attesa, ma darle una forma
Se non possiamo essere padroni del tempo — e non lo siamo mai — possiamo però fare qualcosa di più umano: riappropriarci di un margine. Non il controllo. Il margine.
Spesso questo margine prende la forma di gesti minimi, ripetuti:
- Manutenzione del quotidiano
Quando la storia grande ci supera, la vita piccola può salvarci. Un letto rifatto, un pasto caldo, una stanza arieggiata, una camminata breve. Non è banalità: è dire al sistema nervoso “qui c’è ancora casa”. - Un gesto verso il mondo
Anche nelle attese bloccate, quasi sempre esiste un millimetro possibile: una competenza coltivata, una domanda fatta bene, un documento sistemato. Non per illudersi che basti, ma per non consegnarsi del tutto all’impotenza. - Un tempo interno che non sia solo ruminazione
Se l’esterno è sospeso, l’interno può diventare laboratorio: scrivere, meditare senza forzare, studiare, suonare, parlare con qualcuno che non chieda prestazioni. È il modo in cui l’attesa smette di essere solo corridoio e diventa, a tratti, stanza.
L’attesa come soglia
La soglia è un luogo instabile: non è più casa, non è ancora strada. Fa paura perché non offre appoggi certi. Non si sa ancora dove nè per quanto. Ma, forse, ci consente l’esercizio di una virtù rara: costringe – non senza difficoltà e dolore – a domandarsi chi si vuole essere mentre si aspetta. Forse allora la questione non è diventare padroni dell’attesa — la padronanza è un’illusione — ma diventare presenti dentro l’attesa.
Presenti abbastanza da non lasciarsi morire dentro. Presenti abbastanza da non idolatrare il salvatore.
Presenti abbastanza da riconoscere che non tutto dipende da noi — ma che la qualità con cui attraversiamo la soglia, almeno in parte, sì.
C’è un tempo in cui non si può avanzare e non si può tornare indietro. E’ un tempo in cui il mondo tace, si prega, si spera, e quel silenzio pesa più di mille rumori – i fatti così lontani da noi eppur così vicini di questi giorni, popoli interi che sono in una situazione di attesa immobile, sospesa.
In quel tempo non è chiesto di vincere, né di capire tutto – non sarebbe possibile.
Forse è solo possibile cercare di custodire il poco che è possibile custodire: un gesto, una parola, un amore fragile, un legame con la bontà, uno sguardo di tenerezza. E’ in situazioni come queste che vengono in mente le parole di Hetty Hillesum:
“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso prometterti nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi stessi, mio Dio”
L’attesa, allora, in alcuni momenti, smette di essere soltanto una sospensione e diventa un luogo fragile, esposto, ma ancora abitabile, in cui proteggere il futuro.
Non è ancora la strada. Ma non è più soltanto prigione.
Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano
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