Psicologia dell’ottimismo e del disincanto

Ci sono mattine, nella vita, in cui apri gli occhi e senti che qualcosa si è incrinato, qualcosa che aveva retto fino al giorno prima. Non si percepisce esattamente tristezza ma una fatica più sottile e pervasiva, rimasta fino ad allora sottosoglia, nel credere che le cose potranno effettivamente andare meglio. Come il giorno prima, ci si dice che passerà, ma dentro si avverte una stanchezza diversa, che si oppone e chiede udienza: non fisica, ma esistenziale. È il momento in cui la speranza non basta a se stessa e reclama una resa ulteriore e differenti risposte.

Viviamo in un tempo che premia l’ottimismo come obbligo morale: sorridi, reagisci, riparti. Ma chi lavora nelle relazioni di aiuto sa che questa pressione a “pensare positivo” può trasformarsi in un nuovo tipo di vergogna: quella di non essere felici abbastanza, di non divertirsi abbastanza, di non godere abbastanza. La verità è che non sempre è salutare crederci a forza. Ci sono momenti in cui il disincanto può diventare una forma di nuova consapevolezza e radicamento, non di sconfitta.

Il cervello che teme, il cervello che spera

Va detto che il nostro cervello è plasmato da milioni di anni di evoluzione con l’antico e prioritario obiettivo di mantenerci in vita, non di renderci felici.
Come ricorda Paul Gilbert, alla base del nostro funzionamento c’è il sistema di minaccia, che scandaglia costantemente l’ambiente in cerca di pericoli. Questo meccanismo — chiamato negativity bias — ci porta a notare prima ciò che non va, ciò che potrebbe farci male o mettere a rischio la nostra stabilità. È un’eredità antica, utile in un mondo pieno di predatori, ma che nel presente genera iperattivazione, ansia e vigilanza costante. Oggi, questo meccanismo, è attivato e sostenuto da una forte pressione sociale e culturale che si trasforma in un incessante bisogno di riconoscimento.

Accanto a questo sistema più antico, le neuroscienze cognitive hanno però identificato un meccanismo diverso e complementare: l’optimism bias.
Tali Sharot (2011) ha mostrato che, quando il cervello percepisce una condizione di sicurezza, entra in funzione una rete più evoluta — che coinvolge la corteccia prefrontale e il cingolato anteriore — capace di proiettarsi in avanti e immaginare il futuro in chiave positiva.
È una spinta alla motivazione, un modo in cui la mente alimenta il comportamento esplorativo e la speranza.

In sintesi: il cervello antico teme, quello più recente spera.
Quando ci sentiamo al sicuro, prevale la fiducia; quando percepiamo minaccia, la mente torna all’allerta.
Il problema non è dunque essere ottimisti o pessimisti, ma riconoscere quale sistema è attivo e imparare a regolare il passaggio dall’uno all’altro, apprendendo quanto influisca, nella percezione e interpretazione della realtà, la nostra storia personale.

Il valore conoscitivo del disincanto

In questo senso, il disincanto diventa, talvolta, il momento in cui il soggetto smette di illudersi per poter vedere davvero, aprendo le porte a una forma di realismo affettivo: il sistema della minaccia segnala che qualcosa ha bisogno di attenzione, che la ferita è ancora viva ed è necessario prendersene cura – il che, quindi, non equivale ad assumere necessariamente una forma di difesa e allerta ma ad attivare un processo di amorevole accettazione nei confronti di quella parte vulnerabile.

In terapia, queste fasi sono preziose. Quando un paziente dice: “Non riesco più a credere che andrà meglio”, talvolta rappresenta l’inizio di una trasformazione profonda, entro la quale si sta lasciando un ottimismo più refrattario alla realtà per cercare una speranza più matura, più incarnata.
Come ricordava Yalom, affrontare la finitudine e la vulnerabilità è il passaggio che restituisce senso: “Solo guardando in faccia la morte possiamo scegliere la vita”.

Speranza come atto di consapevolezza

La psicologia positiva di seconda generazione (Wong, 2011), come molte altre tradizioni di pensiero e approcci psicologici, ha chiarito che il benessere autentico nasce dall’integrazione tra luce e ombra.
La speranza non è una convinzione cieca, ma una decisione consapevole: scegliere di restare aperti anche dopo aver visto quanto la vita può ferire. È un atto etico, non un riflesso emotivo.

A livello neurobiologico, la speranza realistica si accompagna a una regolazione equilibrata dei circuiti dopaminergici della ricompensa (Heller et al., 2013). È una forma di ottimismo sobrio, che non nega la difficoltà, ma la tiene insieme al desiderio.
Nella pratica clinica, è la differenza tra il “devo crederci” e il “posso provare a restare presente, anche qui”.

Abitare la speranza con dignità

Un disincanto più lucido, quindi, in alcune fasi del processo, non è rassegnazione ma la capacità di sostare nel limite senza perdere la possibilità di credere in un futuro migliore.
È il momento in cui smettiamo di cercare rassicurazioni e iniziamo a cercare senso – atto che, di solito, inaugura nuove e più significative fasi di vita.
E, paradossalmente, è proprio lì che la speranza torna: non come euforia dell’attimo, ma come respiro e orientamento silenzioso verso la vita così com’è.

In questo equilibrio — tra il cervello che teme e quello che spera, tra l’antico e il nuovo — si gioca la nostra umanità e, forse, il senso di una esistenza.
Non dobbiamo diventare ottimisti a ogni costo, ma imparare a riconoscere quando il corpo chiede protezione e cura attivandoci in tal senso, continuando a proteggere i nostri desideri e il futuro.
È in questa danza che la psicologia diventa un’arte del vivere: capace di onorare la paura senza rinunciare alla speranza.

Riferimenti principali:
Gilbert, P. (2010). The Compassionate Mind.
Sharot, T. (2011). The optimism bias: A tour of the irrationally positive brain.
Yalom, I. D. (1980). Existential Psychotherapy.
Wong, P. T. P. (2011). Positive Psychology 2.0: Towards a balanced interactive model of the good life.
Heller, A. S. et al. (2013). Neural mechanisms of realistic hope and reward anticipation.
Beck, A. (1976). Cognitive Therapy and the Emotional Disorders.

AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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