Il simbolo della Pasqua nel lavoro terapeutico e nell’esperienza del cambiamento

Ci sono momenti della vita in cui qualcosa finisce, ma non è ancora nato niente di nuovo.
E forse una parte importante del nostro dolore sta proprio lì: nel fatto che noi, quasi sempre, vorremmo saltare quel passaggio. Vorremmo capire subito, rimetterci in piedi subito, dare un senso subito. Vorremmo arrivare alla resurrezione senza attraversare davvero la passione, la perdita, il crollo di quello che eravamo prima.

Nel mio lavoro questo accade continuamente. Non sempre in forme clamorose. A volte succede quando una persona si accorge che una relazione in cui aveva investito molto non può più essere salvata nel modo in cui sperava. A volte quando si rompe un’immagine di sé: quella della persona forte, buona, lucida, affidabile, sempre in controllo. A volte quando la vita impone un arresto, una malattia, una separazione, un fallimento, o anche solo una stanchezza più radicale, che non si lascia aggiustare con qualche giorno di riposo. In quei momenti non c’è solo sofferenza. C’è spesso anche smarrimento, e perfino offesa: perché proprio a me, perché così, perché ora.

Forse è anche per questo che il racconto della Pasqua continua a parlare, anche fuori da una lettura semplicemente religiosa. Perché mette in scena qualcosa di molto umano: il fatto che ci siano passaggi che non possiamo evitare, e che proprio quelli, a volte, diventino trasformativi.

Il punto che più mi colpisce non è subito la croce. È il Getsemani. Il momento in cui Gesù, sapendo ciò che sta per accadere, vacilla. Chiede che quel calice venga allontanato. Immagina, forse per un istante, che ci possa essere un’altra strada. E soprattutto si trova davanti a qualcosa che chiunque, in forme diverse, conosce: il silenzio. Nessuna risposta che tranquillizzi. Nessuna scorciatoia. Nessuna sospensione della prova.

Questo, detto con parole meno teologiche e più cliniche, è un punto che vediamo spesso anche in psicoterapia. C’è un momento in cui la persona comincia a intuire che non potrà uscire da ciò che sta vivendo semplicemente difendendosi meglio, controllandosi di più, pensando di più, evitandolo di più. Intuisce che per uscire da una situazione problematica bisogna prima entrarci. Non nel senso di sprofondare passivamente, ma nel senso di cominciare a sostare davvero in ciò che fa male, in ciò che è stato perduto, in ciò che non torna, in ciò che chiede di essere guardato.

Questo passaggio non ha nulla di eroico. Anzi, spesso è molto umile. Ha a che fare con il tollerare di non capire tutto, di non avere ancora una forma nuova, di non sapere esattamente chi si sta diventando. È un tempo esposto. Per questo il racconto evangelico, letto in modo umano, non mi sembra anzitutto un racconto di potenza, ma di esposizione radicale.

Anche alcune letture psicoanalitiche dei Vangeli, quando sono sobrie, aiutano a stare qui. Recalcati, per esempio, ha insistito più volte sul fatto che la vita non si apre dove tutto resta integro, ma dove un’immagine narcisistica di compiutezza si incrina. Dolto, da un’altra prospettiva, ha mostrato bene quanto i grandi racconti simbolici continuino a parlare della nostra vita psichica, dei passaggi di crescita, separazione e trasformazione. Non tanto perché contengano una lezione già pronta, ma perché custodiscono una grammatica profonda dell’esperienza umana.

In questo senso, la croce può essere pensata anche come il momento in cui qualcosa dell’ego muore. Detto così, però, rischia di suonare astratto. Preferisco dirlo in un altro modo: ci sono momenti in cui non possiamo più restare fedeli a un’organizzazione di noi stessi che pure ci aveva tenuti insieme fino a quel momento. Alcune convinzioni, alcune identificazioni, alcune posture interiori smettono di avere vita, anche se continuano a stare in piedi per inerzia. E quando questo accade non ci sentiamo subito più liberi. Spesso ci sentiamo più vulnerabili, più disorientati, a volte perfino abbandonati.

Per questo trovo così forte il grido sulla croce: perché mi hai abbandonato?
È una frase che tocca un punto molto umano, e molto presente anche nel lavoro terapeutico. Ci sono persone che non arrivano in terapia solo con un sintomo. Arrivano con un’esperienza di abbandono: da parte degli altri, della vita, delle promesse che avevano fatto a se stesse, talvolta perfino da parte di Dio. E spesso la sofferenza aumenta quando sentono di non potersi permettere neanche questa domanda, come se fosse troppo scandalosa, troppo infantile, troppo arrabbiata. Invece quel grido, proprio perché non è composto né edificante, ha qualcosa di profondamente vero. Dice che ci sono passaggi in cui non siamo ancora nella pace, non siamo ancora nella sintesi, non siamo ancora dalla parte del significato. Siamo dentro la ferita.

Eppure la Pasqua non si ferma lì. Non perché cancelli il dolore, ma perché suggerisce che il dolore attraversato può aprire. Qui bisogna stare attenti, perché è un punto delicato. Non tutto il dolore fa crescere. Non ogni trauma trasforma. Non ogni perdita genera automaticamente qualcosa di buono. Sarebbe una frase ingiusta, e anche clinicamente rozza. Però è vero che, da un punto di vista esistenziale, certe spaccature possono aprire spazi inusitati. Possono costringerci a ripensare la vita, a lasciare ciò che era già morto, a distinguere meglio tra ciò che tenevamo in piedi per abitudine, per paura o per dovere e ciò che invece, più profondamente, ci chiama.

In terapia questo lo si vede bene. Non sempre il cambiamento è radicale. Non sempre assomiglia a una rinascita vistosa. A volte è più simile a una lenta riallocazione della linfa. Una persona smette di investire tutto in una forma di vita che non la rappresenta più. Comincia a riconoscere un desiderio, una vocazione, un allineamento più onesto con i propri valori. Oppure prende atto che una certa versione di sé è finita, e che continuare a difenderla le costa troppa vita. Anche questo, in fondo, è un piccolo movimento pasquale: non il trionfo, ma il passaggio.

Mi colpisce allora che il centro del racconto non sia solo la morte e nemmeno solo la resurrezione, ma la loro relazione. Come se il testo dicesse sottovoce una cosa molto semplice e molto difficile: che a volte il destino non è la morte, ma la resurrezione, e proprio per questo una certa morte diventa necessaria. Non nel senso che il dolore vada cercato o idealizzato. Ma nel senso che ci sono trasformazioni che non possono avvenire senza una perdita, senza una resa, senza l’abbandono di qualcosa che non può venire con noi.

Forse è anche questo che può voler dire, in una lingua più umana che religiosa, “prendere la propria croce”. Non glorificare la sofferenza. Non subirla passivamente. Ma smettere, almeno qualche volta, di lottare contro il dolore solo come se fosse un’ingiustizia da espellere il prima possibile, e provare invece a chiedersi che cosa si stia aprendo lì dentro. Quale verità stia bussando. Quale forma di vita chieda spazio. Quale parte di noi sia ormai stanca di essere tenuta in piedi da convinzioni stantie nelle quali non ci riconosciamo più.

Per come la penso, di anno in anno, la Pasqua diventa così una figura del cambiamento umano. Una figura esigente, persino scandalosa, perché ci ricorda che ci sono passaggi che non possiamo evitare e che il nuovo, quasi mai, arriva senza aver attraversato il vuoto, il silenzio, la perdita di orientamento. Ma proprio per questo continua a parlarci. Perché ognuno, prima o poi, conosce un proprio Getsemani, una propria croce, e forse anche una propria, piccola, inattesa resurrezione.

Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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