La fatica di fermarsi, il coraggio di ripartire. Il senso profondo della Psicoterapia

Nella società della performance, l’identità coincide quasi interamente con l’agenda. Siamo definiti da ciò che facciamo, dai traguardi che tagliamo e dalla nostra capacità di risolvere problemi in tempi record. In questo scenario, il disagio psichico viene spesso interpretato come un “guasto tecnico”: un’improvvisa interruzione dell’efficienza che va riparata al più presto per tornare “in pista”.

Tuttavia, la clinica ci insegna che la vera guarigione non passa per un aumento della produttività, ma per un doppio movimento, faticoso e profondamente umano: una disidentificazione possibile dai ruoli e un coraggioso andare incontro alla propria verità.

1. L’”Inoperosità”: il coraggio di “disattivarsi”

Il filosofo Giorgio Agamben parla di inoperosità non come ozio o pigrizia, ma come un gesto che disattiva le funzioni predefinite di un oggetto o di una vita per aprirli a un nuovo uso. Ma quanto è difficile, nella pratica, “disattivarsi”?
Siamo immersi in dispositivi — il lavoro, i social, le aspettative familiari — che ci chiedono di essere sempre “accesi” e performanti. Quando entriamo in una stanza di terapia, la prima fatica è proprio questa: accettare di essere “fuori servizio”.

Inizialmente, il vuoto di non dover “fare nulla di utile” può spaventare, farci sentire inutili o in colpa. Eppure, è proprio rendendo inoperosa la richiesta sociale di “guarire” in fretta che recuperiamo l’energia sequestrata dai ruoli. La terapia diventa allora il luogo dove, con fatica, smettiamo di chiederci “Cosa devo fare per funzionare?” e iniziamo a percepirci come una forma-di-vita: un’esistenza che ha valore per il solo fatto di esserci, e non per i risultati che produce. È il momento in cui l’ingranaggio si ferma per guardarsi finalmente allo specchio.

2. La “Potenza di non”: abitare il proprio silenzio

La psicologia del senso comune punta tutto sull’empowerment, sulla capacità di agire e di espandersi – fondamentale, ovviamente. Ma esiste una forza più sottile e trascurata: la “potenza di non”. È la capacità umana di trattenersi in alcuni momenti, di non affrettare risposte inconsapevoli, di non rispondere reattivamente a ogni stimolo, di dire di no alla richiesta incessante di prestazione.
Rivendicare questo diritto è un atto di cura psichica ma comporta un prezzo emotivo: significa, talvolta, accettare di deludere le aspettative altrui. La “potenza di non” ci permette di abitare le nostre zone d’ombra, i nostri momenti di crisi e di incompletezza senza che diventino colpe. È la fase cruciale della disidentificazione: “Io non sono il mio successo come non sono il mio fallimento, non sono lo sguardo degli altri”. È un passaggio che richiede tempo e pazienza, perché significa provare a spogliarsi di maschere che abbiamo indossato per una vita intera.

3. Il “Dein Exienai”: uscire verso la verità

Ma la terapia non può – e non deve – restare chiusa nel guscio della sola resistenza. Se l’inoperosità pulisce il campo dai falsi obblighi e dalle identificazioni soffocanti, a un certo punto occorre un movimento per abitare quello spazio nuovo, un agire consapevole e coraggioso. È qui che incontriamo il dein exienai, il “bisogna uscire”.
Questo concetto rievoca il gesto di Milziade a Maratona: un uscire verso il pericolo, andando incontro alla propria paura invece di restare protetti (ma prigionieri) dentro le mura della città. In psicoterapia, questo è il momento del rischio. Dopo aver essersi resi consapevoli dei vecchi schemi, bisogna avere l’audacia di compiere un passo verso l’ignoto. È difficile perché ci espone: significa abbandonare i sintomi familiari che, pur facendoci soffrire, ci offrivano una paradossale sicurezza. Il dein exienai ci restituisce la dignità di un agire scelto: non è la corsa frenetica del mercato, ma il primo passo libero di chi ha deciso dove vuole andare.

4. La sintesi: Inoperosità e Ridecisione come rinascita

La salute psichica non abita in uno solo di questi due poli, ma nella tensione vitale che li tiene insieme. È un equilibrio delicato, quasi un respiro: l’inoperosità è l’inspiro che ci permette di rientrare in noi stessi, il dein exienai è l’espiro che ci proietta – e progetta – nel mondo.

Senza la fase dell’inoperosità, il movimento verso l’esterno è solo agitazione cieca, una fuga da se stessi mascherata da attivismo o da “iper-presenza”. Senza questo fermarsi, corriamo il rischio di agire ancora una volta per compiacere qualcuno, portando in battaglia una corazza che non ci appartiene. Dobbiamo prima imparare a “non essere” nulla di ciò che ci è stato imposto, a sentire il vuoto benefico della nostra esistenza nuda, per poter poi scegliere davvero.

Ma se restiamo fermi troppo a lungo, l’inoperosità rischia di diventare una stasi malinconica, un rannicchiarsi rassicurante dove nulla accade mai – come nella rilettura di André Green della figura di Amleto, che non soffre per la propria indecisione o mancanza di volontà ma per un eccesso di pensiero che finisce per sostituire l’azione. Qui interviene la ridecisione, quella necessità del “bisogna uscire” (dein exienai). È il momento in cui, dopo esserci disidentificati dai vecchi ruoli, decidiamo di fare un nuovo uso della nostra storia.

Questa è la vera rinascita: non è un ritorno a una purezza originale che non è mai esistita, ma la capacità di prendere i frammenti della nostra vita — anche quelli più dolorosi o che consideravamo “guasti” — e rimetterli in movimento secondo una direzione scelta da noi. In questo passaggio, la fatica si trasforma in dignità. Uscire dalle mura del sintomo per andare incontro alla propria verità non cancella la paura, ma la nobilita. La felicità, allora, non è l’assenza di fatiche, ma la libertà di usare la propria storia per compiere finalmente quel passo verso l’esterno che ci rende i soggetti, e non più gli oggetti, della nostra esistenza.

Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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