La conoscenza che invecchia. L’oblio della trasmissione nell’epoca della competenza

Ho l’impressione di vivere un tempo in cui la velocità del cambiamento ha spezzato la catena della trasmissione tra le generazioni.
Per millenni le società si sono fondate su un movimento lento e continuo: le generazioni precedenti consegnavano alle nuove ciò che avevano imparato, non come un archivio intoccabile da consultare, ma come un sapere vivente, maturato nel tempo, da far evolvere. La conoscenza cresceva come un albero: si sviluppava pur restando radicata nella memoria collettiva.
Oggi, mi pare invece, quel legame si è allentato. La conoscenza non si eredita più: si scarica, si aggiorna, si sostituisce.

Il tempo accelerato e la rottura della continuità

L’antropologo Hartmut Rosa ha descritto la nostra epoca come dominata dall’“accelerazione sociale”. Il mondo cambia a una velocità tale che il presente non riesce più a durare. Ciò che era vero ieri oggi è già superato; le competenze acquisite divengono rapidamente obsolete.
Questa corsa, che nelle discipline tecniche ha una sua necessità, è diventata un modello generale di pensiero. L’aggiornamento costante è diventato una virtù sociale, quasi una misura del valore individuale. Ma la velocità, quando diventa norma culturale, non accelera soltanto i processi: erode il senso di continuità che lega le generazioni, le istituzioni, le comunità.

Un tempo la trasmissione del sapere implicava ascolto, lentezza, riconoscimento. Era un gesto di fiducia: chi sapeva offriva, chi non sapeva riceveva, in un movimento reciproco di arricchimento, che poteva includere certamente anche la rivisitazione del sapere ricevuto. Oggi invece la velocità dell’innovazione ha sostituito la fiducia con l’aggiornamento, la memoria con la connessione, la tradizione con l’algoritmo. In una società che misura il valore sul fare, l’esperienza che non produce immediatamente risultati diventa invisibile.

Il primato del fare e l’erosione dell’essere

Il discorso pubblico — politico, economico, persino educativo — ruota ormai attorno a un imperativo silenzioso: saper fare.
Le competenze pratiche, tecniche, applicative vengono celebrate come chiave dell’emancipazione e della libertà. Ma dietro questo mito dell’efficienza si nasconde un impoverimento del senso e delle qualità dell’essere: la capacità di sostare, di riflettere, di trasformare l’esperienza in saggezza, non solo in conoscenza.
Byung-Chul Han ha notato come la “società della prestazione” non conosca più il limite né la lentezza: «Non è più il dovere a opprimerci, ma la possibilità illimitata di fare».
E così anche il sapere diventa performance, e la cultura del risultato colonizza perfino i territori che dovrebbero preservare l’umano.

In questa logica, l’”anziano” non è più custode ma residuo e il maestro diventa facilmente figura romantica.
Le nuove generazioni — che, va riconosciuto, seppur immerse nella narrativa della produttività e della connessione, cominciano a chiedere di rallentare e di focalizzarsi sul senso dell’esistenza — percepiscono spesso il sapere passato come un fardello, qualcosa di ingombrante o irrilevante. Eppure quel sapere, lento e incarnato, conteneva una memoria del limite e della relazione: la consapevolezza che non tutto può essere appreso in fretta, e che non ogni competenza utile alla vita e alla relazione si misura.

L’impoverimento comunitario

Quando si interrompe la catena della trasmissione tra le generazioni, si impoverisce non solo il singolo, ma l’intero tessuto sociale.
La comunità smette di essere un luogo di consegna — dove si trasmettono storie, riti, pratiche, linguaggi — e diventa un luogo di consumo di informazioni.
Il sapere collettivo, che un tempo serviva a orientare, ad affrontare le crisi, a dare un senso condiviso, oggi si dissolve nella molteplicità di saperi parziali, tecnici, immediati, intercambiabili e, soprattutto, individuali.
Il risultato è una fragilità diffusa: ognuno è costretto a reinventare da sé ciò che prima veniva appreso insieme. La società si fa così più efficiente, ma meno solidale; più informata, ma meno saggia.

Winnicott avrebbe forse detto che una comunità, come un individuo, ha bisogno di un “ambiente sufficientemente buono”: uno spazio che contenga, che trasmetta, che offra continuità.
Ma nella cultura dell’aggiornamento perpetuo non c’è più un “ambiente” stabile — solo un flusso. E dove tutto scorre troppo in fretta, nessuna esperienza fa in tempo a sedimentarsi, nessuna eredità a trasformarsi in dono.

Le scienze umane e il rischio di smarrire l’umano

Paradossalmente, questo paradigma tecnico ha contagiato anche le scienze umane.
In psicologia, pedagogia, terapia, cresce la tendenza a privilegiare i protocolli, le procedure, le evidenze misurabili. Certo, il rigore scientifico è indispensabile e sono grato alla ricerca scientifica che supporta, rivela, chiarisce; ma quando diventa l’unico criterio di valore, rischia di espellere ciò che le rende umane: la complessità dell’esperienza, la capacità di sostare nel non-sapere, la trasmissione tacita tra generazioni, anche di professionisti.
La formazione continua, se non accompagnata da riflessione e da relazione, può trasformarsi in una forma di alienazione silenziosa: sempre più informati, sempre meno sapienti. Eppure, proprio oggi, il compito delle scienze umane dovrebbe essere opposto: custodire la lentezza, la memoria, la profondità del sentire. Lo sappiamo, in effetti: l’accumulo di conoscenze non ci rende né più felici né più saggi – e, talvolta, nemmeno più competenti, se mancano delle qualità centrali di base dell’essere umano.
Rimettere, dunque, al centro non solo la competenza quanto la presenza. Non solo l’aggiornamento ma anche la trasmissione. Non solo il fare ma l’essere-insieme.

In fondo, la conoscenza non è un archivio da aggiornare, ma un racconto da abitare. Solo quando qualcuno lo trasmette e qualcun altro lo accoglie, nasce una comunità.

AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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