Libertà educativa e infanzia: una questione aperta

Ogni tanto la cronaca riporta alla superficie domande che non appartengono solo all’attualità ma toccano nodi strutturali del nostro modo di pensare l’infanzia. Alcune vicende recenti — che hanno visto contrapporsi modelli educativi diversi e l’intervento delle istituzioni — hanno riacceso un dibattito antico e mai risolto: fino a che punto la libertà educativa degli adulti può spingersi quando in gioco c’è lo sviluppo di un bambino?

È una domanda che attraversa la pedagogia, la psicologia dello sviluppo, il diritto e, più in profondità, la nostra idea di società.

Infanzia, educazione e modelli di umanità

L’idea di educazione non è mai stata neutra, né universale. Ogni epoca ha pensato l’infanzia a partire dalla propria concezione dell’essere umano, del sapere e del legame sociale.

Philippe Ariès ha mostrato come l’infanzia, così come la intendiamo oggi, sia una invenzione relativamente recente: per secoli il bambino è stato pensato come un adulto incompleto, da addestrare più che da accompagnare.

In altre culture e latitudini, l’educazione ha assunto forme profondamente diverse, talvolta più comunitarie, talvolta più gerarchiche, talvolta orientate alla sopravvivenza più che all’espressione soggettiva. Obiettivi e strategie educative sono sempre stati il riflesso di un modello implicito di umanità.

Oggi, però, non ci troviamo semplicemente di fronte a una pluralità culturale da relativizzare. Le acquisizioni delle neuroscienze dello sviluppo — dalla maturazione lenta della corteccia prefrontale alla centralità della regolazione emotiva, dell’attaccamento e della sicurezza relazionale — ci consegnano alcune conoscenze difficilmente eludibili sui bisogni fondamentali del bambino.

Al tempo stesso, viviamo il rischio che queste conoscenze si trasformino in protocolli rigidi e riferimenti inflessibili, incapaci di tenere conto dei contesti, delle relazioni, delle storie singolari. Il punto critico, oggi, non è scegliere tra scienza e cultura, ma abitare il loro attrito: tenere insieme ciò che sappiamo sul funzionamento umano e ciò che non può essere standardizzato. È un lavoro delicato, che richiede rispetto per la complessità e una postura di ricerca inquieta, più che soluzioni definitive.

Educare tra scelta e responsabilità

Negli ultimi decenni, in particolare, la pluralità dei modelli educativi è cresciuta in modo significativo. Accanto alla scuola pubblica — con i suoi limiti e le sue funzioni storiche di inclusione e mediazione sociale — si sono affermate pratiche alternative: scuole parentali, homeschooling, unschooling, educazione libertaria.

Dal punto di vista culturale, questo pluralismo riflette un’esigenza comprensibile: sottrarsi a modelli percepiti come standardizzati, poco attenti alle differenze individuali, talvolta incapaci di prendersi cura delle fragilità. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, la questione non può essere ridotta a una contrapposizione tra istituzione e libertà.

Come ricorda Donald Winnicott, lo sviluppo sano non dipende dall’assenza di struttura, ma dalla presenza di un ambiente sufficientemente buono. Un ambiente che non coincide né con il controllo rigido né con l’assenza di cornice, ma con una affidabilità di fondo e una attenzione ai bisogni fondamentali del bambino che gli permetta di esplorare se stesso e il mondo senza sentirsi abbandonato.

Il bambino come soggetto in crescita, non come progetto

Uno dei rischi impliciti in alcune narrazioni sulla libertà educativa è quello di considerare il bambino come estensione coerente della visione adulta. Ma la psicologia dello sviluppo ci ricorda che il bambino è un soggetto in formazione, non un’idea da realizzare o territorio da colonizzare.

Autori come Jerome Bruner e Lev Vygotskij hanno mostrato come l’apprendimento e la costruzione del Sé avvengano sempre in uno spazio intermedio: tra individuo e contesto, tra iniziativa personale e mediazione sociale. La scuola — al di là della sua forma concreta — ha storicamente incarnato questa funzione: introdurre progressivamente il bambino a un mondo che non coincide con la famiglia.

In questo senso, dal mio punto di vista, il tema non è solo e tanto quale modello sia migliore in assoluto, ma quanta esposizione all’alterità un contesto educativo consenta. L’alterità non è solo fonte di frustrazione: è anche ciò che rende possibile il pensiero, la simbolizzazione, il confronto, la costruzione di confini.

Parlandone in termini istituzionali, ovviamente, abbiamo bisogno di contesti educativi che sappiano “porgere” l’alterità al bambino come spunto con cui progressivamente confrontarsi e su cui lavorare e non contesti in cui l’alterità non sia mediata e il brusco urto con essa sia traumatico.

Libertà educativa e bisogno di protezione

Dal punto di vista psicodinamico, la libertà non è mai un dato originario. È una conquista progressiva che presuppone una base sicura. John Bowlby lo ha mostrato con chiarezza: l’autonomia nasce dall’esperienza ripetuta di protezione affidabile, non dalla sua rimozione precoce.

Questo introduce una tensione inevitabile: da un lato, il diritto degli adulti a scegliere il modello educativo che ritengono più coerente con i propri valori; dall’altro, il diritto del bambino a un ambiente che non lo esponga a carichi di isolamento, responsabilità o esclusione sociale superiori alle sue risorse evolutive.

È una tensione che nessuna formula risolve una volta per tutte.

Il ruolo delle istituzioni: contenimento o intrusione?

Quando le istituzioni intervengono, il rischio di polarizzazione nell’opinione pubblica è immediato. Lo Stato viene vissuto alternativamente come garante o come intruso, come contenitore o come minaccia. La psicologia istituzionale — da René Kaës a Eugène Enriquez — ci insegna che le istituzioni non sono mai neutre: incarnano fantasmi collettivi, paure, aspettative di protezione e timori di abuso.

Forse il punto più delicato non è stabilire se l’intervento sia legittimo in astratto, ma interrogarsi su come esso venga pensato, comunicato, accompagnato. Un contenimento che non riesce a mostrarsi come tale rischia sempre di essere vissuto come violenza, anche quando nasce da una logica di tutela.

Una domanda che resta aperta

La libertà educativa è una conquista importante delle società democratiche. Ma, come ogni libertà, esiste solo in relazione a un limite. Nel caso dell’infanzia, questo limite non è ideologico: è evolutivo, relazionale, profondamente umano.

Forse il compito del pensiero — a fianco del contributo giuridico — è restare in questa zona intermedia, dove le ragioni possono essere comprese senza essere assolutizzate, e dove il disagio che certe vicende suscita non viene subito tradotto in giudizio.

In questo senso, il rispetto per la complessità di alcune vicende che coinvolgono i bambini rappresenta un modo etico di guardare all’infanzia; forse il compito più difficile, oggi, non è solo scegliere da che parte stare ma, anzitutto, restare suffcientemente presenti e aperti da non semplificare ciò che è fragile. E l’infanzia, lo è sempre.

AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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