“Train Dreams”. Elegia della vulnerabilità

Ci sono film che non raccontano solo una storia, ma scandagliano una condizione.

Train Dreams, ora disponibile su Netflix, si colloca esattamente qui: in quella terra rarefatta dove il cinema diventa una lente su ciò che nella vita rimane opaco, indomabile, inconoscibile.
Ambientato negli Stati Uniti al tempo della costruzione delle grandi linee ferroviarie, il film segue la traiettoria esistenziale di Robert Grainer, boscaiolo itinerante che attraversa il West muovendosi da un lavoro all’altro. Un uomo complesso, buono, interpretato con una finezza inconsueta da Joel Edgerton – uno sguardo chiaro in cui il mondo si specchia e torna indietro, sempre leggermente trasformato.

È un film stratificato, profondamente lirico, eppure privo di ogni compiacimento retorico. Mantiene un pudore che è quasi una forma di gentilezza: lascia spazio, non invade, non spiega. E soprattutto non pretende mai di illuminare l’esistenza. Si limita a sfiorarla, come farebbe un uomo che ha capito – forse troppo presto – che non ci è concesso di possederla del tutto.

Una prima grande protagonista del film è la natura. Una natura maestosa, potente, lirica, capace di generare stupore e timore, ma anche di sottrarre senza spiegazione. Sempre presente, in primo piano e allo stesso tempo eterno fondale, la natura è un organismo, con i suoi silenzi, il suo ritmo impassibile, la sua indifferenza meravigliosa e terribile.

Tutto questo, va detto, grazie a una fotografia ampia, maestosa, delicata, fatta di inquadrature e campi larghi, dal basso verso l’alto, a comprendere vasti spazi e capace di fermare il proprio sguardo sul respiro di ciò che è immobile, immortalando tagli di luce ai confini con l’onirico e capaci di restituire mistero e meraviglia – a tal punto il bosco risulta vivo da porsi la domanda se non sia proprio la natura a guardare Robert e non sia forse il narratore della storia. Va anche riconosciuto, tecnicamente, lo straordinario lavoro fatto sul suono, trasparente e intenso, dai rumori più intensi – treni che sferragliano, urla – ai fruscii più delicati, voci, sussurri.

Robert attraversa foreste che sembrano proteggere e minacciare allo stesso tempo, fiumi che non trattengono nulla e incendi che divorano tutto. Gli ambienti naturali non sono scenografia ma condizione dell’esistenza: ricordano, in ogni fotogramma, che l’uomo è figura transitoria, che abita per un attimo un paesaggio più grande di lui cui appartiene ma di cui non dispone.

Forse è anche per questo che Robert sembra muoversi con una sorta di reverenza. Guarda il mondo con stupore e rispetto, intuendo che ogni perdita è inscritta nel paesaggio e nell’ordine delle cose, prima ancora che nel destino degli uomini.

Il tratto più raro del film sta nella sua capacità di raccontare una possibile declinazione dello stare al mondo – lo sguardo di Robert – che non diventa mai atto di dominio. Train Dreams mette in scena con delicatezza – e con un rigore quasi spirituale – la non padronanza: l’idea che siamo soggetti della nostra vita, ma siamo anche soggetti alle cose della vita.

Robert sembra incarnare questo doppio movimento. Vive intensamente, eppure non è mai completamente “dentro”. Partecipa al mondo senza pretendere di dominarlo. C’è in lui una forma di grazia muta, un modo di procedere nel mondo che assomiglia più a un’attenzione silenziosa che a una scelta – Robert viene al mondo, in effetti, attraverso un trauma, orfano dei propri genitori (aspetto non trascurabile nel quadro del suo modo di stare in relazione); ma questo “atto fondativo” traumatico, come talvolta accade, lo porta, forse e paradossalmente, ad allargare lo sguardo in cerca di una origine e a trovarla in uno spazio più vasto, quallo della natura circostante.

È un uomo che sembra aver fatto proprio un antico detto del Talmud: non ti è imposto di completare l’opera ma non sei libero di sottrarti. Robert non si sottrae. E tuttavia non si illude mai di reggere il filo degli eventi. Questa postura – insieme vigile e vulnerabile – diventa il vero cuore del film. Un modo di stare al mondo che non confonde l’attesa con la passività né la resa con la rinuncia. Piuttosto: una resa come ritorno a casa, come accettazione del mistero che ci eccede.

Il viaggio di Robert è costellato di incontri con persone spesso sole, sospese in quel limbo che separa la speranza dall’abbandono. C’è un’umanità discreta e dolente: lavoratori itineranti, donne che vivono ai margini, figure ferite che attraversano il film come apparizioni. E c’è soprattutto un amore grande, vissuto con gratitudine e con quel timore che ogni vero amore comporta: il timore di perderlo, di smarrirlo, di non esserne all’altezza. L’amore, nel film, non salva ma accompagna. Non ricompone ma illumina un tratto di strada.

Poi c’è il dolore, quello che spezza e trasforma. Robert lo attraversa senza difese, come attraversa il vento e la neve: senza farne un merito, senza indurirsi. E questo è forse il suo tratto più disarmante: soffre senza diventare duro. Train Dreams è anche, quindi, un film sul lutto e sul trauma come spaesamento, improvvisa desolazione e perdita del senso, come silenzio che non sa trovare parole. Il film suggerisce sommessamente – senza teorie né diagnosi – che nell’individuo possono essere recuperate, talvolta, risorse che possono emergere proprio nel momento in cui ci sembra di non averne più. Robert attraversa il trauma senza scorciatoie e senza irrigidirsi. Rimane. Sosta.
E in questa capacità di restare si dischiude una possibilità umana essenziale: l’idea che prima ancora di patologizzare il dolore, occorre riconoscerlo e permettergli di accadere.

Il lutto, in questo film, non è da curare ma da abitare. Robert lo esplora, quasi ci si radica, come se sapesse – o intuisse appena – che la via d’uscita, se davvero ne esiste una, non sta nello scappare ma nell’attraversare. Nell’entrare in quel paesaggio devastato e sostarvi quanto basta perché il dolore possa trasformarsi, lentamente, in un’altra forma di conoscenza. Il film sembra dire che non c’è niente di nobile e utile nel soffrire in sé ma c’è qualcosa di profondamente umano e “terapeutico” nel non voltarsi dall’altra parte. E qui Robert mostra una forza che non ha nulla a che fare con il coraggio eroico: è la forza di chi resta fedele alla propria esperienza, anche quando ferisce.

Il film invita a ripensare la nozione di soggetto. Siamo soggetti della nostra vita, sì, ma siamo anche soggetti alle cose della vita: al caso, alla natura, al corpo, all’amore, alla perdita, al tempo. Non siamo padroni della nostra storia; al massimo ne siamo i custodi provvisori. Robert incarna questo duplice statuto. In lui non c’è tracotanza, non c’è il delirio di padronanza così tipico della contemporaneità. C’è piuttosto la capacità di attendere, di stare, di lasciare che le cose si rivelino nel loro tempo. E in questa attesa, in questa vigilanza quieta, sembra possibile cogliere – quando capita – una forma fragile di senso. O almeno una direzione. O forse soltanto quella “bellezza collaterale” che non consola ma rende il mondo abitabile.

Il finale del film è un momento di grazia. Non una ricomposizione, non una risposta. Piuttosto una sospensione: come se tutto, visto dall’alto, trovasse per un istante una sua unità segreta oppure, al contrario, perdesse ogni contorno. È qui che Robert sembra “tornare a casa”, nella forma che per lui è sempre stata la più vera: una resa totale al movimento della vita.

Train Dreams è un film raro. Delicato, rispettoso, mai compiaciuto. Partecipa del dolore del protagonista senza trasformarlo in un esempio; lascia che sia ciò che è: un tratto di vita, un attraversamento.

È un cinema che non vuole insegnare ma suggerire che esistere significa camminare in bilico tra ciò che possiamo e ciò che non possiamo, tra ciò che scegliamo e ciò che accade.

E forse, in tempi che ci chiedono continuamente di prendere posizione, di controllare, di decidere tutto, questo sguardo così mite e così fermo è già una forma di grazia che apre nuove possibilità.

AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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