Profanare le ideologie. Breve manifesto per tornare a guardarci negli occhi


Stiamo attraversando un tempo in cui non è più possibile parlare della sofferenza e prendercene cura come se fosse un fatto puramente individuale o un problema tecnico. Non perché l’interiorità non conti più, ma perché la Storia entra nelle vite, va riconosciuto e detto: cambia le possibilità, altera i legami, restringe il futuro, modifica ciò che è considerato normale o sopportabile. E’ sempre stato così. Ma oggi, mi sembra, rischiamo di dimenticarlo.

Abbiamo cominciato a interpretare il dolore attraverso due lenti opposte e ugualmente deformanti.

Da una parte, in riferimento ai mestieri della cura, c’è una certa ideologia psicologico/clinica che riduce la sofferenza a un problema individuale e tecnico. Il sintomo diventa un malfunzionamento momentaneo da correggere di una macchina da rialinneare, la persona un caso da trattare. In questa prospettiva la storia scompare, i contesti si dissolvono, le relazioni diventano sfondo. Resta l’individuo isolato, implicitamente responsabile di ciò che prova.

È una forma di violenza silenziosa. Perché se non riconosciamo i vincoli, le lealtà, i divieti, le violenze, le pressioni sociali e familiari, le condizioni materiali di vita, i contesti che talvolta fanno ammalare e perpetuano sofferenze e traumi, finiamo per dire implicitamente alla persona che sta male perché è fragile, inadatta, difettosa. La lasciamo sola con un peso – ritraumatizzante – che non è solo suo. È un processo di colpevolizzazione travestita da cura.

Non si tratta di negare la dimensione personale, ma di riconoscere che nessuna sofferenza si costruisce nel vuoto. Foucault lo aveva mostrato con chiarezza: il potere non agisce solo attraverso violenze e divieti espliciti, ma attraverso dispositivi che plasmano ciò che è pensabile e vivibile. Farmer ha parlato di violenza strutturale per descrivere le condizioni che producono sofferenza senza un vero e proprio aggressore visibile ma attraverso dispositivi che negano a fasce di popolazione l’accesso a risorse e il riconoscimento di diritti. Bourdieu di violenza simbolica, quella che interiorizziamo al punto da non percepirla più come tale.

Ma non serve conoscere questi autori per sapere cosa significa vivere dentro aspettative che schiacciano o dentro sistemi che, in modo esplicito, opprimono e restringono, dentro storie familiari che non abbiamo scelto.

Dall’altra parte esiste una forma opposta e speculare di negazione della persona e della sua complessità: l’ideologia politica – l’ideologizzazione del pensiero politico – che dissolve l’individuo e il suo corpo attraversato da sofferenze dentro i grandi schemi. Si parla di popoli, strategie, equilibri, alleanze, ma non della vita ferita e delle persone. Questo approccio non sa tenere insieme la grande Storia con la biografia personale, ma dissolve la seconda nella prima. La sofferenza individuale diventa un dettaglio perso dentro un ragionamento più grande e meritevole, in cui devono tornare i conti – ideologicamente parlando.

In queste ore, osservando con viva apprensione ciò che accade in Iran, non è tanto la pluralità e divergenza delle opinioni a colpirmi — è inevitabile — quanto la qualità del modo in cui se ne parla. Ho la sensazione che si stia smarrendo qualcosa di più profondo della semplice empatia: una disposizione elementare all’incontro, quella capacità di lasciarsi toccare dall’esistenza dell’altro nella propria intimità, a vantaggio di una ipertrofica tendenza a interpretare, a sovrascrivere, a esprimere giudizi.

Nei commenti che leggo — anche davanti a immagini in cui la sofferenza è evidente e stravolge volti, gesti, corpi — la persona concreta scompare rapidamente dietro cataste di commenti in cui tutto viene ricondotto a un lessico già pronto, a un sistema di spiegazioni che precede l’esperienza e neutralizza la persona. La sofferenza diventa materiale grezzo da inserire dentro una narrazione: geopolitica, ideologica, moralistica, talvolta perfino tecnico-scientifica. Non si tratta certamente più di comprendere, incontrare, sostenere.

Stiamo diventando incapaci di sostare nella complessità senza ridurla immediatamente. L’ambiguità, la contraddizione, l’opacità dell’esperienza umana non sono più tollerabili. Siamo ossessionati dalla luce — dall’idea che tutto debba essere spiegato, reso trasparente, incasellato e su tutto ci si debba esprimere — e così perdiamo la profondità, l’ombra, la terza dimensione e, con esse, perdiamo l’incontro – che a volte, accade nel silenzio.

L’iper-semplificazione è rassicurante ma comporta l’altissimo costo della cancellazione della singolarità. Dove tutto è chiaro, niente è davvero visto. Dove tutto è ridotto a schema, non resta spazio per la verità – e la bellezza.

In questo senso, ciò che mi preoccupa, oltre alla rigidità ideologica di alcune opinioni, è l’erosione di questa facoltà — biologica prima ancora che culturale — che ci permette di riconoscere l’altro come essere umano e non come caso, simbolo o argomento. Non è un danno teorico: è qualcosa che ci sta letteralmente fottendo il futuro, perché senza la possibilità di incontrarci nella complessità non restano che lo scontro o l’indifferenza.

Forse il problema non è solo che non sappiamo abbastanza dell’altro, ma che sappiamo male e troppo in fretta, attraverso linguaggi irrigiditi che impediscono di vedere ciò che non rientra già nelle nostre categorie. Così l’esperienza dell’altro non ha luogo: viene tradotta, ridotta, neutralizzata.

Senza incontro autentico non c’è relazione. Senza relazioni non c’è comunità. Senza comunità, la storia diventa solo una sequenza di eventi che ci accadono addosso.

Forse per uscire da questa impasse dobbiamo compiere un gesto radicale e semplice insieme: profanare le ideologie. E’ un invito concreto, praticabile quotidianamente.

Giorgio Agamben parlava di “elogio della profanazione” riferendosi, ad esempio, ai bambini che prendono un oggetto e lo usano in modo imprevisto — una banana che diventa un telefono, una scatola che diventa una nave. Non distruggono l’oggetto: lo sottraggono alla funzione sacralizzata e lo restituiscono all’uso comune.

Profanare le teorie e le ideologie significa qualcosa di simile. Non rifiutarle, ma toglierle dal piedistallo. Ricordare che sono strumenti e non verità assolute, mappe e non territori. Significa smettere di parlare attraverso glossari imbalsamati che separano invece di avvicinare.

Quando le idee diventano intoccabili, cessano di essere strumenti di comprensione e diventano barriere. Ci permettono di parlare senza incontrarci davvero.

Le persone sono sempre eccedenti rispetto alle categorie con cui cerchiamo di descriverle ed entro cui cerchiamo di costringerle. Ogni vita è più grande delle definizioni che la riguardano.

Per questo la persona e la sua sofferenza vanno situate. Non alienate entro un sapere tecnico, che dissolve e disumanizza. Situate dentro una storia, dentro relazioni, dentro condizioni che la rendono comprensibile.

Ogni volta che estraiamo qualcuno dal suo contesto compiamo una forma di violenza. Ogni volta che lo riduciamo a un caso clinico o a un simbolo politico smettiamo di vederlo.

Profanare le ideologie, in fondo, significa questo: restituire centralità all’incontro e alla reciproca vulnerabilità. Non partire da ciò che sappiamo, ma da ciò che l’altro vive. Non difendere le nostre certezze, ma lasciarci toccare e destabilizzare dalla realtà.

Forse oggi il gesto più controcorrente non è solo prendere posizione – in modo rigoroso, consapevole e non ideologico – , ma sospendere per un attimo la logica dello schieramento e tornare a guardare la persona nella sua concretezza. Guardarla davvero, senza doverla subito tradurre in un linguaggio tecnico o in una narrazione politica.

E se il prendersi cura, l’avere cura, a parer mio, vuole ritrovare efficacia e senso — nella stanza della terapia come nello spazio pubblico — forse deve ricominciare proprio da qui: dalla decisione di non parlare più della sofferenza ma di incontrarla così com’è, profanando le ideologie che ci impediscono di guardarci negli occhi.

Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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