
Dedicato a tutti coloro che lottano, resistono. E sperano.
La speranza nel tempo sospeso
In un articolo precedente avevo provato a parlare dell’attesa e di quel tempo sospeso in cui la vita sembra trattenere il respiro. Un tempo in cui le ore scorrono ma non portano davvero da nessuna parte, perché tutto è orientato verso qualcosa che deve ancora accadere.
Nei nostri periodi difficili conosciamo bene questo vissuto. Il pensiero torna continuamente a frugare il futuro, nella convinzione che la salvezza possa essere concessa solo da lì. Nel frattempo il presente resta un tempo svuotato, difficile da abitare. E attendiamo.
Forse la prima cosa da chiarire, parlando di speranza, è proprio questa ipotesi: la speranza può non coincidere esattamente con l’attesa.
Nel linguaggio comune le due cose vengono spesso confuse. Sperare significa aspettare. Aspettare che il tempo cambi, che qualcosa accada, che una svolta arrivi a liberarci da ciò che stiamo vivendo. È una postura rannicchiata nella passività. Restiamo sospesi, in una specie di tregua forzata, mentre il tempo ci passa a fianco. E, ovviamente, va bene così. E’ già molto, in tempi difficli e dentro esperienze traumatiche, potersi reggere sulle gambe e tenere lo sguardo all’orizzonte.
Non è difficile capire perché questo accada. Anche il nostro sistema nervoso, quando si trova di fronte al trauma o alla paura, tende a immobilizzarsi. È una reazione biologica profonda: il corpo si ferma, la mente si stringe intorno alla minaccia. L’attesa diventa allora una forma di sopravvivenza.
Eppure la speranza potrebbe essere anche qualcosa di diverso.
Potremmo provare a pensarla non come attesa, ma come fiducia nel processo.
È un’idea semplice, ma cambia di molto la prospettiva. La speranza, intesa in questo modo, non si rivolge tanto all’esito finale quanto al movimento stesso della vita. Non è una previsione su ciò che accadrà. È una forma di fiducia che, mentre attraversiamo il tempo difficile, qualcosa continui a lavorare dentro la trama delle cose.
Di questa fiducia si parla poco, eppure nei momenti più duri è proprio a essa che spesso ci aggrappiamo. La fiducia che qualcosa possa accadere, che il senso non sia completamente scomparso anche se oscurato, che esista una operatività invisibile dentro il mondo. A volte la chiamiamo miracolo, altre volte destino, altre ancora semplicemente vita. E riabilita – va detto chiaramente, a mio avviso – un aspetto centrale e rimosso nella psicoterapia: la spiritualità.
In ogni caso, non è una fiducia passiva. È qualcosa con cui collaboriamo e può diventare uno scenario nel quale usciamo dall’inermità dell’attesa.
Coltivando piccole porzioni di quotidiano. Continuando a prenderci cura delle cose e delle persone. Continuando a tenere aperto, nel nostro modo di vivere, uno spazio per la possibilità.
È lungo questo filo che diventa interessante rileggere una intuizione del filosofo Giorgio Agamben. In un suo lavoro dedicato alla Lettera ai Romani, Agamben propone una lettura sorprendente dell’Apostolo Paolo.
Secondo Agamben, Paolo non è interessato alla fine dei tempi. Non alla liberazione escatologica, a quel momento futuro in cui tutto verrà finalmente risolto.
Quella non è la sua prospettiva.
Ciò che interessa a Paolo è qualcosa di più sottile: il tempo della fine. Non la fine del tempo (il tempo apocalittico), attenzione, ma il tempo che resta (il tempo messianico) tra il presente e il suo compimento. È, in effetti, il tempo della vita che stiamo vivendo.
Il presente.
In questa prospettiva la speranza cambia significato. Non è lo sguardo rivolto a un futuro che verrà a salvarci. È un gesto che diventa efficace qui e ora. Un modo di abitare il tempo presente senza lasciare che venga completamente catturato dalla paura.
Agamben parla spesso di dispositivi: strutture, narrazioni, eventi che cercano di governare le nostre vite e soprattutto i nostri animi. In tempi di guerra, di odio o di grande incertezza, questi dispositivi agiscono soprattutto attraverso la paura. La paura è uno strumento potentissimo di controllo. Delle anime come dei corpi.
La speranza, allora, diventa il gesto con cui proviamo a sottrarci — almeno in parte — a questa cattura.
Non negando la realtà, ma riabitando il presente – ogni volta, da capo.
Restituendo senso al tempo che viviamo – è il tempo dedicato alla rosa, come sappiamo, che dà ad essa valore. Continuando a coltivare la vita anche quando tutto sembra invitare alla disperazione.
Agamben usa un’altra parola per descrivere questo spazio: inoperosità. Non significa inattività, ma sospensione della funzione che ci cattura. Significa liberare la vita dalla pura utilità, restituirla alla sua possibilità.
Forse la speranza vive proprio qui.
In questi gesti inutili e necessari insieme.
In questo modo di abitare il tempo presente senza lasciare che venga interamente colonizzato dalla paura. Riabitare il presente, ridargli senso contro l’annientamento del senso che la guerra, l’odio e la violenza cercano di produrre.
In questo senso sperare diventa una forma di amore per la vita presente.
Nonostante tutto. Contro tutto.
È un gesto che salva qualcosa della nostra umanità nel momento stesso in cui sembra essere minacciata.
Per questo la speranza non è solo un sentimento. È anche un atto.
Un atto che ha, allo stesso tempo, una dimensione spirituale e una dimensione politica. Perché continuare ad amare la vita quando il mondo sembra invitare all’odio è già una forma di resistenza.
Amare come sperare.
Sperare come amare.
Non soltanto nel futuro che verrà — nel quale, naturalmente, continuiamo a sperare. Ma nel presente della nostra vita, che contiene, forse la gioia di domani, non ancora vista, solo intravista, sperata per l’appunto.
Attraverso la cura. Attraverso la connessione tra noi. Attraverso l’attenzione.
Sono gesti piccoli. Fragili. Sempre esposti al rischio di essere travolti.
Eppure proprio in questa fragilità si nasconde la loro forza.
Perché dentro questo spazio — difficile, sempre minacciato, lo sappiamo — continua a vivere qualcosa che non può essere completamente annientato. Come nella poesia di Camus:
“Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore
che mi spinge subito indietro.
Forse è proprio qui che abita la speranza.
Non come promessa lontana, ma come una forza discreta che attraversa il tempo che ci è dato. Che chiede di essere coltivata ogni giorno.
E che, anche nei momenti più oscuri, continua a ricordarci che la vita non è mai completamente perduta.
Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano
- E-mail: alessandrociardi5@gmail.com
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