La perdita come esperienza vitale. Contro l’immunità dal dolore

C’è qualcosa che la cultura contemporanea fatica profondamente a tollerare: il fatto che la perdita non rappresenti un incidente evitabile dell’esperienza umana ma una sua componente strutturale. Non soltanto perché perdiamo persone, relazioni, possibilità, età della vita, ma perché vivere implica inevitabilmente esporsi a ciò che non possiamo controllare completamente.

Nel suo Sul margine selvaggio del dolore, Francis Weller insiste su un punto essenziale: il dolore non è tanto qualcosa da cui guarire il più velocemente possibile quanto una forma di contatto, una possibilità – forse, la possibilità – di tornare in contatto con ciò che realmente è la vita, che, ad oggi, si sta progressivamente allontanando in una sua rigida a semplificata caricatura. Soffriamo perché qualcosa ci ha toccati, perché qualcosa è stato amato, desiderato, abitato profondamente.

È un’idea semplice ma radicale, soprattutto dentro una cultura che tende sempre più a pensare il benessere come progressiva immunizzazione dalla ferita.

Molte persone oggi sembrano cercare forme di felicità semplificate e immunizzate, ridefinendo una nuova nozione di gioia che si fonda sulla riduzione dell’esposizione. Ridurre il rischio del rifiuto, della dipendenza, dell’incertezza, della perdita. Lentamente impariamo a proteggerci attraverso il controllo, il trattenimento emotivo, l’ironia, la distanza, l’iperfunzionamento, oppure attraverso forme di anestesia più sottili: l’iperstimolazione continua, il consumo, la distrazione permanente, la necessità di restare sempre occupati.

Il problema è che la psiche umana non sembra funzionare in modo così selettivo. Non possiamo anestetizzare soltanto il dolore. Quando restringiamo la possibilità di soffrire, molto spesso restringiamo anche la possibilità di sentire intensamente e vivere una vita autenticamente attraversata. Insieme alla ferita si riducono anche la capacità di attaccamento, la profondità del desiderio, l’esperienza della gioia, il sentimento di appartenenza, il senso dell’esistenza.

Per questo il tentativo contemporaneo di eliminare radicalmente la sofferenza produce spesso un effetto paradossale: la vita diventa più protetta ma meno densa. Più sicura ma meno abitata. Più controllata ma meno viva.

Ed è qui che il pensiero di Weller diventa particolarmente interessante. Reintegrare il dolore non significa glorificarlo né trasformarlo in un’identità. E non significa nemmeno cercare una conciliazione astratta degli opposti, come accade talvolta in certe letture spirituali un po’ semplificate dell’esperienza umana.

Non credo, almeno personalmente, che la maturità consista nello sciogliere ogni tensione dentro una specie di serenità anestetica. Le nostre radici culturali e simboliche sono anche altre. Sono occidentali, tragiche, giudaico-cristiane nel senso più profondo del termine.

Dentro questa tradizione il dolore non viene eliminato: viene attraversato.

Pensiamo ai Salmi, a Giobbe, persino alla struttura della Passione. Non troviamo la cancellazione del conflitto o una pacificazione totale dell’esperienza, ma la possibilità di stare dentro la perdita senza espellerla dalla condizione umana. Il punto non è dissolvere la ferita, ma impedire che essa diventi o l’unico linguaggio possibile oppure qualcosa da negare completamente.

In questo senso la vita adulta non coincide con una definitiva riconciliazione degli opposti, ma con la capacità di sostenere tensioni senza amputare parti essenziali dell’esperienza.

Tenere insieme amore e perdita.
Desiderio e limite.
Vitalità e vulnerabilità.
Gioia e tristezza.

Non conciliarli in una sintesi astratta e risolta ma imparare ad abitare la loro coesistenza.

Forse è proprio questo che la nostra epoca fatica maggiormente a tollerare. Oggi siamo continuamente spinti verso stati emotivi puri, coerenti, performativi: felicità senza ombra, autonomia senza bisogno, vitalità senza tristezza, sicurezza senza dipendenza. Ma la vita psichica reale non funziona così. Ogni esperienza significativa porta con sé una quota di esposizione, ambivalenza, rischio.

Ed è forse anche per questo che esiste una vitalità nel dolore. Non nel senso romantico della sofferenza, né nell’idealizzazione della perdita, ma nel fatto che il dolore testimonia un contatto ancora vivo con l’esistenza.

Sentire dolore significa che qualcosa ci riguarda ancora.
Che qualcosa è stato amato.
Che qualcosa ha lasciato una traccia.

Chi non vuole più soffrire spesso finisce lentamente per non voler dipendere, non voler amare troppo, non voler desiderare troppo. E allora insieme al dolore si restringe anche il campo della gioia.

La gioia adulta, invece, forse nasce proprio dalla capacità di lasciare coesistere esperienze differenti e persino contraddittorie senza doverne eliminare una. È una gioia meno euforica e meno narcisistica. Una gioia più ampia, capace di contenere anche il limite, la nostalgia, la fragilità. E’ una gioia più aderente all’esperienza della vita.

Anche molte sofferenze contemporanee sembrano ruotare attorno a questo punto. Non soltanto il dolore per ciò che abbiamo perso, ma la difficoltà crescente a sviluppare una relazione sufficientemente umana con la perdita stessa. Non sappiamo più sostare. Non sappiamo più attraversare. Vogliamo rapidamente tornare efficienti, lucidi, funzionanti. Ma alcuni passaggi della vita chiedono altro. Chiedono tempo, vulnerabilità, simbolizzazione, comunità.

La psicoterapia, nei suoi momenti più profondi, lavora su questo. Non tanto nel promettere una liberazione definitiva dal dolore quanto nel restituire alla persona una capacità più ampia di stare dentro la propria esperienza senza restringerla continuamente. Aiutare qualcuno, a volte, significa accompagnarlo nel difficile compito di tornare permeabile alla vita senza esserne travolto.

Ma questa non è soltanto una questione individuale. È anche una questione culturale e collettiva.

Una società che non riesce più a integrare il dolore, la vulnerabilità, il limite e la dipendenza reciproca rischia lentamente di avviarsi lungo il crinale della propria atrofizzazione emotiva. I segnali, forse, sono già sotto i nostri occhi: l’isolamento crescente, la fatica relazionale, l’incapacità di sostare nel conflitto senza distruggere il legame, il bisogno continuo di anestesia, distrazione o semplificazione.

Forse dovremmo ricominciare proprio da qui: dalla possibilità di condividere nuovamente la nostra comune condizione di esseri vulnerabili. Non per celebrare la sofferenza – già sufficientemente svilita quando spettacolarizzata – , ma per ricordarci che ciò che ci rende esposti è spesso anche ciò che ci rende profondamente umani.

Come scriveva Ted Hughes:

“Siamo cose lanciate in aria, vive in volo.”

E forse vivere davvero significa anche questo: accettare che non esista una forma completamente sicura dell’esistenza, e che proprio dentro questa precarietà continui ostinatamente a pulsare qualcosa di essenziale della vita.

Alessandro Ciardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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