Mindfulness, compassione e il coraggio di rallentare (dentro)

Quando tutto accelera, anche dentro

La vita contemporanea, soprattutto nei contesti urbani, è spesso vissuta come un flusso continuo di stimoli, compiti e sollecitazioni. Viviamo in città che non si fermano mai, in agende piene, in un tempo sempre più contratto. Le nostre giornate sono scandite da notifiche, scadenze, riunioni, urgenze, e anche il tempo libero – paradossalmente – tende a diventare prestazione. La velocità è diventata norma, e spesso anche valore: chi si ferma è “fuori tempo”, chi rallenta rischia di “restare indietro”. Ma rallentare non significa per forza sottrarsi, né andare controcorrente in modo oppositivo.

In effetti, non si tratta solo di una questione “fuori” da noi. La sensazione di vivere in fretta è anche (e forse soprattutto) una esperienza interna: il corpo teso, il respiro contratto, la mente affollata di pensieri. Spesso ci scopriamo a correre senza sapere esattamente verso cosa. In questa corsa, il rischio è quello di “dissociarci” dalla nostra esperienza viva, perdendo il contatto con il presente, con noi stessi, con gli altri.

In questo contesto, la proposta della mindfulness non è una soluzione magica, né un invito a mollare tutto per cambiare vita. È piuttosto un invito gentile: quello a rallentare dentro, a trovare uno spazio di presenza anche quando fuori tutto accelera.

Il corpo come primo luogo della presenza

Il primo effetto della fretta cronica è spesso corporeo: tensioni muscolari, cefalee, problemi digestivi, affaticamento cronico, difficoltà nel sonno. Il corpo parla. E spesso parla prima ancora che ce ne rendiamo conto.

La teoria polivagale, elaborata dal neuroscienziato Stephen Porges (2011), offre una chiave fondamentale per comprendere il legame tra corpo, mente e stress. Secondo questa teoria, il nostro sistema nervoso autonomo è costantemente impegnato a valutare la “sicurezza” dell’ambiente. Quando percepiamo minaccia (anche sotto forma di pressione psicologica o iperstimolazione ambientale), si attivano risposte di mobilitazione (sistema simpatico) o, in caso di sovraccarico, di congelamento o collasso (sistema parasimpatico dorsovagale).

La presenza, quindi, non è solo una pratica mentale: è una condizione neurofisiologica. Respirare in modo lento e consapevole, portare attenzione alle sensazioni corporee, notare con delicatezza il proprio stato interno, significa facilitare l’attivazione del nervo vago ventrale – associato a sentimenti di calma, connessione e sicurezza. Questo tipo di regolazione è la base biologica di ciò che chiamiamo “rallentare”.

🧠 La mindfulness, in questa prospettiva, non è una tecnica di rilassamento, ma un processo di “ritorno a casa” nel corpo, nel tempo presente, nelle sensazioni primarie che precedono i pensieri.

La mente che corre: psicodinamica dell’accelerazione

Dal punto di vista psicodinamico, la fretta può assumere anche il volto di una difesa: una fuga in avanti per non sentire. Una forma di evitamento attivo rispetto a contenuti psichici che minacciano l’equilibrio dell’Io. Nella pratica clinica, è frequente osservare come il “fare continuo” sia spesso funzionale a non pensare, a non sentire, a non esporsi al vuoto, alla perdita, alla tristezza, alla paura.

Winnicott parlava del falso sé come di una struttura adattiva che si costruisce per rispondere alle attese esterne, ma che rischia di allontanare il soggetto dal proprio nucleo vitale. Il “falso sé accelerato”, per così dire, è oggi una delle forme più diffuse di disagio: persone performanti, capaci, adattate, ma profondamente scollegate da sé stesse.

In questo senso, rallentare significa anche sopportare il contatto con parti di sé meno funzionali, più fragili, più autentiche. Richiede un contenitore sicuro — interno ed esterno — per accogliere ciò che emerge nel silenzio.

Qui la mindfulness e la compassione diventano strumenti psicodinamici nel senso più profondo: non tanto per “fare ordine”, ma per entrare in relazione con l’informe, con l’inatteso, con ciò che non possiamo controllare.

Compassione: abitare il sé senza fuggire

Spesso si confonde la compassione con la tenerezza, o con una forma sdolcinata di bontà. Ma nella prospettiva della Compassion Focused Therapy (Gilbert, 2009), la compassione è una motivazione evolutiva alla regolazione della sofferenza, che implica consapevolezza, coraggio e impegno attivo.

È la capacità di restare presenti anche quando ciò che sentiamo è spiacevole, frustrante, spaventoso. È ciò che ci permette di “tenerci la mano” quando siamo in difficoltà, senza cedere al giudizio o alla fuga. È un gesto etico e psicologico insieme.

Dal punto di vista neurobiologico, la compassione attiva sistemi cerebrali differenti rispetto al semplice rilassamento. Studi di neuroscienze affettive (Klimecki et al., 2014) mostrano che le pratiche di compassione attivano circuiti di connessione e motivazione (insula, corteccia prefrontale, sistema dopaminergico), che promuovono empatia, resilienza e senso di efficacia.

Nel lavoro psicoterapeutico, la costruzione di un sé compassionevole permette al paziente di riorganizzare la propria identità non solo attorno ai sintomi o ai doveri, ma attorno alla possibilità di prendersi cura di sé con responsabilità e gentilezza.

Mindfulness come atto di resistenza creativa

Tornando al contesto sociale in cui siamo immersi, si potrebbe dire che oggi fermarsi è un atto controculturale. Ma non si tratta di un gesto oppositivo o nostalgico: è una forma di resistenza creativa. In un mondo che spinge all’iperproduttività, rallentare per ascoltare i propri bisogni autentici è un gesto rivoluzionario, anche se silenzioso.

“Essere presenti”, allora, è una forma di sovranità interiore: significa scegliere come stare nelle cose, anche quando non possiamo cambiarle.

Questa consapevolezza può accompagnarsi a piccoli gesti quotidiani: iniziare la giornata con due minuti di respirazione consapevole, notare il corpo mentre si cammina, dire “no” a un impegno che non ci nutre, riconoscere le emozioni senza reprimerle o razionalizzarle.

Non serve cambiare tutta la propria vita. Basta tornare a viverla da dentro.

Non fuggire, ma abitare

La proposta non è quella di abbandonare la propria realtà, né di contrapporsi ad essa in modo rigido. È, piuttosto, quella di cercare una coerenza gentile tra ciò che facciamo e ciò che siamo, tra il mondo in cui viviamo e i nostri valori profondi.

Rallentare non significa ritirarsi. Significa abitare la vita con più lucidità, riconoscere i segnali del corpo, sostare con le emozioni, dare spazio alla voce interna.

Significa, in definitiva, imparare a starci dentro in modo diverso. Senza bisogno di cambiare tutto, ma con la possibilità di cambiare il modo in cui lo viviamo.

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AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

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